LAMON-LONGARONE (BELLUNO) - Vanoi e Vajont, doppio no. Anche se quello per un'eventuale nuova diga nel Basso Feltrino è più granitico, senza se e senza ma. Quello relativo all'impianto sotto il Vajont, invece, è condizionato. «È soggetto ad eventuale valutazione se e solo se la concessione dovesse essere in mano pubblica e non privata. E quindi se le ricadute economiche fossero a beneficio delle comunità locali». È il presidente della Provincia a sostenere questa posizione. Lo fa nel giorno in cui a Palazzo Piloni viene dato conto dell'attività del servizio acque e di quanto valgono i canoni idrici, la vera ricchezza della montagna bellunese. Come mai allora una differenza così ampia tra Vajont e Vanoi, tra un no deciso e un no condizionato? Semplice: dirimente è la sicurezza. E proprio la storia del Vajont insegna quanto importante e vitale sia.

«La Provincia ha votato due atti politici, nell'ottobre 2023 e nel maggio 2024, per dire no alla diga del Vanoi» dice il presidente Padrin. «E da allora la posizione non è mai cambiata. Anzi, siamo stati l'unico ente pubblico locale ad aver partecipato al dibattito pubblico richiesto dalla normativa in fase di concertazione, esprimendo un impianto solido e fondato di osservazioni contrarie». C'è di più. «Abbiamo invitato il Consorzio di Bonifica Brenta (che sta promuovendo la progettazione della diga del Vanoi, ndr) a venire a spiegare il progetto sul territorio bellunese aggiunge il consigliere provinciale delegato a difesa del suolo e demanio idrico, Massimo Bortoluzzi -. Un invito che dovrà essere trasformato in richiesta, perché finora il territorio è rimasto escluso e invece serve chiarezza totale, soprattutto perché sembra stiano facendo già i sondaggi geotecnici nel luogo in cui dovrebbe sorgere la diga. Non possono nascondersi: pretendiamo di sapere che intenzioni hanno».