La Costituzione non vieta la patrimoniale, anzi l’articolo 3 sembra quasi sollecitarla. Ma va costruita con rigore: dovrebbe essere personale, guardare al patrimonio complessivo, considerare i debiti effettivi e va applicata solo oltre franchigie alte.

La questione del reddito imponibile

Il sistema fiscale fondato sul reddito realizzato non intercetta più la grande ricchezza contemporanea. Tra le risposte studiate per una diagnosi ormai condivisa, c’è l’imposta sul patrimonio: se basti a rimediare alla crisi del fisco a trazione reddituale è questione che qui resta sullo sfondo. Più circoscritto, e a monte, è un altro interrogativo: se, e a quali condizioni, la Costituzione consenta di ricorrere a una patrimoniale e come costruirla entro i limiti che essa pone.

Quel divario tra ricchezza e reddito nasce da più ragioni. La prima è il principio di realizzo: di regola una plusvalenza è tassata solo quando il bene è ceduto, sicché finché non interviene la cessione, l’incremento di valore resta latente e il titolare può arricchirsi senza produrre reddito imponibile. Il fondatore o il grande azionista con partecipazioni rivalutate accumulano valore e intanto ottengono credito offrendo gli asset in garanzia (ne sanno qualcosa Elon Musk e Jeff Bezos): la ricchezza esiste, ma non passa dal reddito tassabile. La seconda ragione è che molta ricchezza è detenuta in forme che rendono poco o nulla – un immobile di pregio sfitto, un’opera d’arte, un terreno incolto – eppure si rivalutano, restando indici di forza economica.