L’intelligence polacca ha disposto l’espulsione di nove ucraini e due bielorussi accusati di reclutare e pagare partecipanti a manifestazioni tra i rifugiati. Per Varsavia, dietro l’operazione ci sarebbero fondi e ispirazione russi, con l’obiettivo di alimentare tensioni nel principale Paese europeo di accoglienza della diaspora ucraina
Nove cittadini ucraini e due bielorussi sono stati fermati in Polonia per l’espulsione immediata dal Paese. Secondo gli apparati di intelligence di Varsavia, reclutavano e pagavano partecipanti a manifestazioni nell’ambiente dei rifugiati ucraini, con fondi e ispirazione provenienti dalla Russia. Del resto, il modus operandi è quello che Mosca utilizza da anni: sfruttare fratture già esistenti, individuare una comunità vulnerabile, selezionare argomenti sensibili, offrire un compenso e trasformare una protesta in un messaggio politico. Meccanismo emerso anche questa volta, grazie all’operazione condotta dall’Agenzia per la sicurezza interna, l’Abw, con il supporto della Guardia di frontiera.
Il 29 giugno il governo di Varsavia ha dunque annunciato il fermo di nove cittadini ucraini e due bielorussi nelle città di Varsavia, Breslavia, Cracovia, Zakopane e Bydgoszcz. Il provvedimento, è bene precisarlo, è stato adottato per dare esecuzione a decisioni di espulsione immediata dalla Polonia. Non si tratta dunque, almeno stando alla nota ufficiale, della conclusione di un procedimento penale già definito.













