di
Tommaso Labate
Il gioco di sponda con i suoi parlamentari. Il leader ha mostrato il guanto di velluto lasciando che fossero le seconde file a mostrare il pugno di ferro
ROMA - La chiamano la lunga campagna elettorale del «dottor Generale» e di «mister Vannacci», in omaggio al doppione Jekyll&Hide che a fine Ottocento aveva fatto la fortuna di Robert Louis Stevenson. Niente strateghi, niente spin doctor, nessun analista, nessun consigliere particolare; solo, per ora, l’istinto di Roberto Vannacci, che lancia la sfida al centrodestra di Giorgia Meloni disseminando quotidianamente segnali di avvicinamento e di allontanamento, disponibilità all’alleanza e il suo contrario, amicizia e inimicizia.
Come se i partiti, invece che il solo Futuro nazionale, fossero due: uno che non aspetta altro che lo scambio di fedi per un matrimonio con la maggioranza di governo in vista delle elezioni dell’anno prossimo, e l’altro che invece non vede l’ora che sia certificata la rottura irreversibile, per poter finalmente inaugurare la corsa solitaria alle Politiche.












