Un pasticcio tutto all’italiana, giuridico e non solo. È quanto si profila all’orizzonte per l’ormai famigerata “tassa sui pacchi”. Che, per come stanno le cose al momento, non è una sola ma ben tre. Il rischio, dunque, è di trovarsi alle prese con un extra di almeno sette euro (o più) a pacco nel giro dei prossimi cinque mesi. Un salasso, praticamente certo, per imprese e consumatori. Ma andiamo con ordine. Per frenare l’invasione di merci a basso costo sul mercato europeo, il cui volume è giunto nell’ultimo anno alla cifra monstre di 5,9 miliardi (26% in più rispetto al 2024), l’Ue ha varato due misure. La prima, in vigore da mercoledì 1° luglio, introduce un dazio doganale fisso di tre euro a pacco. Si applica a tutte le spedizioni fino a 150 euro di valore, con destinatario europeo e in arrivo da un Paese extra-Ue. Finora, queste spedizioni erano in regime di franchigia ovvero esenti da pagamento alla dogana. Il motivo è semplice: fino a poco tempo fa, erano una quota residuale degli scambi. Ma, complice l’esplosione dell’e-commerce, oggi rappresentano la quasi totalità delle spedizioni verso l'Europa. E, per lo più, partono dalla Cina via aerea. Il valore delle spedizioni Stando alle analisi di Bruxelles, però, il 65% delle merci ha un valore dichiarato inferiore alla soglia, aggirando le tariffe doganali europee. Da qui, la stretta sui pacchi low-cost già ribattezzata come “tassa anti Temu, Shein e AliExpress”. Da questa settimana, dunque, il nuovo tributo di tre euro (peraltro, transitorio fino al nuovo sistema doganale) scatta sia sullo shopping online dei semplici consumatori, sia sugli acquisti a distanza degli operatori commerciali. Ma occhio: il dazio si intende per categoria merceologica. In pratica, un pacco che contiene una t-shirt e un paio di occhiali da sole acquistati online, pagherà una doppia tariffa (ovvero sei euro), essendo due articoli distinti con due diversi codici doganali. E così via. Ma chi paga? «Formalmente, il dazio è dovuto dal venditore ma il costo può arrivare comunque al consumatore finale perché chi vende può incorporarlo nel prezzo o nelle spese di spedizione», avverte Tatiana Oneta, fiscalista di Altroconsumo. «Prima di confermare l’ordine, quindi, conviene verificare da dove parte la merce, se è già sdoganata in Europa e quali costi doganali sono indicati al check-out. Inoltre, dal 1° luglio, i tre euro si applicano agli articoli extra-Ue sotto i 150 euro, distinguendo le categorie merceologiche: non bisogna guardare solo al prezzo del carrello ma anche al numero e al tipo di prodotti diversi acquistati». Dal 1° novembre (ma la data è ancora da confermare), arriva il secondo balzello: la “handling fee” per lo sdoganamento. In questo caso, si tratta di una commissione per le spese delle operazioni alle dogane. Altri due euro a pacco secondo le stesse modalità, anche se chi opera con un magazzino merci su suolo europeo potrebbe essere graziato a 50 centesimi per spedizione. E qui, si intreccia il rebus del contributo italiano. Il provvedimento italiano Inserito nell’ultima Legge di bilancio e formalmente in vigore da gennaio 2026, il ristoro di due euro per le spese doganali giocava d’anticipo rispetto a questa gabella europea. Ma il passo in avanti, stando agli operatori, è costato caro. «Abbiamo verificato che l’introduzione del contributo in Italia fino alla sospensione, solo nei primi mesi dell’anno, si è tradotto in una perdita di oltre il 50% di pacchi», spiega Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, principale confederazione italiana del settore logistica, trasporti e spedizioni. «Stiamo parlando di diverse migliaia di piccole spedizioni che rende conveniente spostarsi verso i punti di accesso meno costosi. Per questo, chiediamo norme uniformi a livello Ue e siamo grati al governo per il posticipo. Ma la questione non è risolta». Il rebus d’autunno La decisione di far slittare l’avvio del contributo, prima al 1° luglio e ora al 1° ottobre, non scioglierebbe il nodo: la tassa italiana si somma o si annulla con quella europea? «Da aprile, anche la Francia ha introdotto il prelievo ma specificando che decadrà automaticamente con l’entrata in vigore di quello europeo. Da noi, invece, questo passaggio manca: a nostro avviso, senza un intervento di abrogazione, resta valido. In conclusione, il rischio concreto è di avere su un pacco tre euro, più due euro, più altri due euro», chiosa ancora Cappa. A questo punto, però, il problema è anche trovare le coperture. Il gettito del nuovo contributo sui pacchi per le casse dello Stato italiane era stimato in 122,5 milioni di euro nel 2026 e 245 milioni per il 2027. Importi che mancano all’appello non solo per i due anni in questione ma anche per quelli a venire, tenuto conto che non è nata come misura fiscale straordinaria.