Quando i festeggiamenti finiscono, gli anniversari diventano pericolosi: o si fanno soprammobili, o cominciano finalmente a parlare. Per Unoaerre, cento anni nel 2026, il rischio della teca era alto: oro, Arezzo, marchio storico, fede nuziale, memoria industriale italiana. Ma dopo la mostra celebrativa “Polvere di Stelle“, l’azienda consegna un’altra immagine: meno monumento, più materia in movimento. Fondata ad Arezzo il 15 marzo 1926 da Carlo Zucchi e Leopoldo Gori, porta nel nome 1AR, codice che pare un titolo nobiliare inciso nel metallo, ma nasce dall’essere il primo marchio della provincia di Arezzo. In un secolo ha prodotto oltre 40 milioni di fedi, circa 300mila all’anno: un esercito silenzioso di cerchi. Oggi Maria Cristina Squarcialupi, presidente di Unoaerre Industries, consigliere delegato di Chimet e presidente di Confindustria Federorafi, guida un’impresa in cui l’oro non è solo valore, ma materia culturale. Chimica, con dottorato in Scienze per la Conservazione dei Beni Culturali: una scienziata in un mondo dove la materia si porta al dito.

Nel 1926, l’eresia di Zucchi e Gori fu rendere industriale l’oro o renderlo più democratico? "La loro intuizione fu immaginare l’oro come prodotto industriale senza sottrargli valore simbolico. Unirono tecnologia e sapienza artigiana, creando una manifattura replicabile, elegante, capace di mantenere standard altissimi. Non era una riduzione del gioiello: era un modo nuovo di portarlo nella vita delle persone".