Le ruspe sono a lavoro nei vecchi magazzini del porto di Trieste, costruiti in epoca austroungarica. I 67 ettari sui quali sorgono gli edifici fatiscenti sono parte di un grande progetto di ristrutturazione finanziato con i fondi del Pnrr. Ma basta addentrarsi nell’area, che a un primo sguardo sembra disabitata per accorgersi che alcuni indumenti spuntano dalle finestre al secondo piano.

In un padiglione davanti a una banchina alcuni oggetti giacciono a terra alla rinfusa: una scimmietta di peluche, delle pasticche per il mal di mare, ciabatte spaiate. Al piano superiore quella che era una veranda di legno affacciata sul mare è diventata il rifugio per la notte di una decina di persone – quasi tutte arrivate in Italia attraverso la rotta balcanica – originarie dell’Afghanistan, del Nepal e del Pakistan.

Vivono in piccoli gruppi sparsi nelle costruzioni ricavate dai materiali di scarto del porto, si nascondono all’interno dei vecchi edifici, dopo che negli ultimi anni ci sono stati sgomberi continui, voluti dalle autorità locali per allontanarli.

Migranti di ritorno

Mohammadi Sharif Ullah è afgano, dorme insieme ai suoi compagni in uno degli edifici. Da una parte hanno allestito la cucina con un tavolo, un fornello da campo e delle sedie. In un altro ambiente hanno montato delle tende. A terra hanno steso delle coperte per isolarsi, ma non basta. L’edificio è davanti al mare e l’umidità di notte entra nelle ossa. Sharif Ullah, però, dice di essere più preoccupato per i suoi fratelli che da anni vivono in Iran: “Non riesco a sentirli da settimane a causa della guerra e dell’interruzione di internet”.