«Si pensava che niente potesse cambiare e invece si è dimostrato che le cose potevano cambiare. E non è detto che non possa superarsi un altro grande tabù, un presidente della Repubblica non di centrosinistra». L’obiettivo è fissato e non è nemmeno più un segreto che valga la pena nascondere. Nella settimana che precede il vertice Nato ad Ankara e il nuovo round sulla legge elettorale a Montecitorio, Giorgia Meloni riappare in televisione ospite del programma amico di Nicola Porro.
CHE L’ARIA sia quella di una campagna elettorale iniziata lo dicono i rinnovati toni da underdog sola contro il mondo: «Si tratta di una cosa banalissima, cioè che chi non è di sinistra non è un figlio di un dio minore, ha gli stessi diritti degli altri. Valeva per la presidenza del consiglio dei ministri, per la possibilità di governare e potrà valere per la presidenza della Repubblica, ma decideranno gli italiani». L’ipotesi di un inquilino di destra sul colle, a detta di Meloni, è percepita come «terribile» da «un certo establishment». Solo una settimana fa anche la segretaria dem Elly Schlein diceva lo stesso di un suo arrivo a Palazzo Chigi.
UNA NARRATIVA buona anche per provare a disinnescare quella della minoranza eroica vannacciana, la «sporca dozzina» che dà l’assalto alla destra diventata a suo giudizio persino moderata. Una retorica che ai Fratelli della prima ora non è andata giù, abituati a considerarsi l’unica destra del paese, fattasi ora classe dirigente. Difficilmente potrà essere il mantra delle prossime elezioni, cui arrivano dopo cinque anni di governo, per cui la premier si prepara a settare un tono differente. Sono elezioni con vista: per attuare fino in fondo il programma servirebbe anche il Quirinale.












