B’Tselem ieri aveva appena pubblicato il suo rapporto sui 241 bambini e adolescenti palestinesi uccisi in Cisgiordania dall’esercito israeliano e dai coloni, dal 7 ottobre 2023 al 28 giugno 2026, di cui 54 nel 2025, quando una notizia ha ulteriormente aggravato quel bilancio di morte. Spari di militari israeliani hanno ucciso, a Umm Sharayet, Amir Jaber, un quindicenne del campo profughi di Amari (Ramallah). Il ragazzo è stato colpito alla testa da proiettili partiti da una camionetta dell’esercito, entrata assieme ad altre nel campo durante un raid. Un video lo mostra immobile a terra, in un cortile vuoto, mentre due uomini si avvicinano per portarlo via. Trasportato al Ramallah Medical Complex in condizioni critiche, Amir Jaber è spirato poco dopo, portando il bilancio dei minori uccisi a 242.
Quasi un palestinese su quattro dei 1.086 palestinesi uccisi da Israele in Cisgiordania durante questo periodo era minorenne. Si tratta del tasso più alto di bambini e adolescenti palestinesi uccisi in Cisgiordania da quando Israele ha occupato il territorio nel 1967. Per la direttrice di B’Tselem, Yuli Novak, «L’uccisione diffusa e senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica che consente l’uccisione di palestinesi praticamente senza alcuna responsabilità. Quando il comandante militare della zona (Avi Bluth, ndr) si vanta che Israele sta uccidendo palestinesi ‘come non si uccideva dal 1967’, non fa altro che confermare questo: il sistema non si limita a sostenere chi preme il grilletto, ma di fatto concede loro una licenza di uccidere».







