ROMA – Il rientro graduale degli abitanti nelle città e nei villaggi del Sud del Libano sta andando avanti sebbene nel quadro di un equilibrio geopolitico generale delicatissimo, con il governo israeliano che sottoscrive l’accordo trilaterale dei 14 punti tra gli Stati Uniti, lo stesso Stato di Israele e la Repubblica del Libano, ma condizionato al disarmo completo del partito sciita e filo-iraniano di Hezbollah. Prospettiva, questa, al momento assai difficile da considerare concreta a breve termine. Il rientro dei profughi e degli sfollati, costretti a fuggire sotto le bombe israeliane cominciate a piombare nel Sud del Paese l’8 aprile scorso, per tentare ancora una volta di smantellare le postazioni militari di Hezbollah, sta avvenendo in un Libano dove ogni forza politica custodisce identità e valori etnico-religiosi fondamentali e innegoziabili.

Ma la riapertura delle strade non è sufficienti a garantire un vero ritorno. Il rientro, tuttavia, sembra procedere anche grazie ad un cessate il fuoco che al memento tiene, in una fase che però, da semplice fine degli sfollamenti, si sta trasformando in una questione politica assai complicata che metterà alla prova la capacità dello Stato libanese di fronteggiare e gestire il dopo-guerra. Va anche detto – come osservano molti operatori umanitari – che il cessate il fuoco e la riapertura delle strade non di per sé sufficienti a garantire un vero e proprio ritorno. Per ora, insomma, non si vedono le condizioni minime capaci di consentire agli abitanti di riprendere la propria vita e di rimanere nelle proprie zone in modo stabile.