In questi mesi le società petrolifere hanno fatto profitti nonostante la crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente, che ha bloccato nel golfo Persico una parte consistente del fabbisogno mondiale di petrolio e gas naturale. È stato possibile anche grazie alla centralità che negli ultimi anni hanno assunto le attività di trading, cioè di contrattazione e speculazione sul mercato del petrolio.

Le maggiori società petrolifere comprano e rivendono anche il petrolio prodotto da altri, oltre a quello estratto e raffinato direttamente da loro, guadagnando sulle differenze di prezzo. Con il trading le compagnie fanno da intermediarie tra chi estrae (altri operatori più piccoli, compagnie petrolifere statali) e chi consuma (raffinerie, altre compagnie, settori industriali). Questa attività si è dimostrata sempre più lucrativa.

I profitti si fanno principalmente in due modi. In estrema sintesi, sfruttando le loro flotte di petroliere e gli oleodotti che gestiscono, le multinazionali possono comprare il petrolio dove costa meno e rivenderlo dove costa di più, accollandosi i costi di trasporto. Oppure possono fare scorte di petrolio quando il prezzo globale è basso, immagazzinandolo nelle petroliere o nei loro depositi, per rivenderlo quando il prezzo risale.