Ci sono società come la SLB costrette questa settimana al profit warning sui ricavi del primo trimestre dell’anno a causa del blocco dello Stretto di Hormuz. Più nota come Schlumberger, la società americana, il più grande fornitore al mondo di servizi per giacimenti petroliferi, ha dovuto annunciare lo «smobilizzo delle operazioni» in alcuni Paesi del Medio Oriente in attesa di una schiarita. Poi ci sono le grandi major petrolifere con diverse bandiere esposte sul Golfo. Anche queste pagheranno un prezzo per le minori produzioni ed esportazioni. E poi ci sono i grandi produttori americani, con in testa Repsol. Sono loro, almeno per ora e a patto che non siano appunto esposti in Medio Oriente, quelli che dall’attacco all’Iran guadagneranno di più.

Del resto, era stato proprio Trump nei giorni scorsi, nel tentativo di minimizzare i picchi del petrolio, a ricordare che «gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo», e che «quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi». Dimenticando forse che non si tratta di soldi che vanno nelle tasche degli americani che devono fare il pieno di benzina e si trovano a pagare il 25% in più rispetto a due settimane fa. Sarà difficile per The Donald anche ignorare l’allarme appena recapitato proprio dalle grandi compagnie petrolifere americane ai funzionari dell'amministrazione Trump. «La crisi energetica legata alla guerra in Iran sia destinata potrebbe peggiorare», avrebbero detto gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips, secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, in una serie di riunioni tenutesi alla Casa Bianca.