Con le trimestrali al 31 marzo scorso arrivano i primi bilanci delle grandi compagnie europee e statunitensi del petrolio. Emergono anche i primi extraprofitti causati dall’impennata del greggio e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz durante il primo mese di guerra, marzo, tra Israele Usa e Iran. Ma, paradossalmente, c’è anche chi tra i giganti delle fonti fossili è rimasto spiazzato dai rialzi improvvisi del greggio e ha perso miliardi.

Le sei major europee BP, Shell, TotalEnergies, Eni, Equinor e Repsol nel trimestre hanno realizzato complessivamente 21,7 miliardi di dollari di profitti nel primo trimestre del 2026, il 43% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. La britannica Shell oggi ha pubblicato i conti trimestrali: per effetto di soli 31 giorni di conflitto – che ancora dura e non si sa quando finirà – gli utili dell’azienda europea sono aumentati del 25% rispetto allo stesso trimestre del 2025, a 6,92 miliardi di dollari. Quanto alle altre, la britannica BP ha fatto utili per 3,2 miliardi di dollari, più che raddoppiati rispetto al Q1 2025, grazie al boom dei prezzi del carburante. Bene anche la francese TotalEnergies con 5,4 miliardi di profitti, +29% sui 4,2 miliardi del 2025 grazie a un forte contributo del trading di gas naturale liquefatto. La norvegese Equinor ha ottenuto un risultato trimestrale netto di 3,1 miliardi, segnando +18% rispetto ai 2,63 miliardi di dollari dell’anno scorso, sostenuto da un record di produzione e dai prezzi alti. La spagnola Repsol ha realizzato profitti rettificati per 873 milioni di euro, in crescita del 57% rispetto ai 557 milioni del 2025, trainato dal settore industriale e della raffinazione. Male solo l’italiana Eni, con un utile netto trimestrale rettificato di a 2,1 miliardi di euro, in calo dell’11% rispetto ai 2,36 miliardi dello stesso trimestre del 2025 nonostante la produzione di idrocarburi sia cresciuta del 9% su base annua.