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Ultimo aggiornamento: 15:04

Che i consumatori europei stiano pagando cara la crisi in Medio Oriente scatenata dagli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran è ormai palese. Così come dalle trimestrali pubblicate nei giorni scorsi è emerso quanto le major europee delle fonti fossili abbiano al contrario tratto enormi benefici dall’aumento dei prezzi del petrolio. Ma quanta parte di quei profitti record deriva meramente dalla crescita delle quotazioni e quanta, invece, da un’espansione dei margini non giustificata? Secondo un’analisi di Transport & Environment, principale organizzazione europea di promozione della decarbonizzazione dei trasporti, gli extraprofitti lungo la filiera dei carburanti stradali hanno già toccato quota 4,9 miliardi per le attività di downstream, cioè raffinazione e distribuzione, e altri 13,3 miliardi sono stati intascati dai produttori di greggio e dai Paesi esportatori attraverso le attività upstream, cioè di estrazione e vendita. Andando avanti di questo passo, entro fine anno si arriverà rispettivamente a 24 e 67 miliardi. Di cui 4 a spese degli automobilisti italiani.

Di qui l’appello al governo italiano – dopo quello lanciato a metà aprile alla Ue insieme ad altre 30 organizzazioni tra cui Oxfam, Wwf, Can-Europe, Legambiente, Cittadini per l’Aria e Kyoto Club – perché vari a livello nazionale un’imposta sugli extraprofitti. Del resto Roma, con Spagna, Germania, Portogallo e Austria, aveva chiesto di agire proprio in quella direzione come aveva fatto nel 2022 con il “contributo di solidarietà” lanciato dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Salvo frenare dopo che Bruxelles ha deciso di non inserire l’ipotesi nel piano contro l’emergenza energetica Accelerate Eu chiarendo però che i Paesi favorevoli avrebbero potuto muoversi da soli. “Agire subito invierebbe un segnale di equità“, sottolinea la federazione. “Cioè che quando le compagnie petrolifere traggono profitto dai conflitti, quei profitti vengono condivisi con il pubblico che ne sopporta il peso”.