La crisi conseguente alla guerra in Iran, che Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia internazionale dell'energia, ha definito «la più grave di tutte della storia», ha riportato d’attualità il problema dei costi dell’energia in Italia, denunciati dalle industrie, dallo stesso governo, ma soprattutto dalle famiglie e dalle piccole imprese che fronteggiano bollette fuori misura e pagano oneri di sistema anacronistici. «La competitività passa attraverso l’energia – denuncia Emanuele Orsini, presidente della Confindustria – e per il rafforzamento della filiera industriale di produzione delle tecnologie net zero e low carbon. Noi favoriamo gli investimenti su rinnovabili, accumuli, idrogeno e, bioenergie, inclusi biometano e biocarburanti, sosteniamo un piano per la filiera del nucleare e quello per la competitività industriale nella cattura e stoccaggio della CO2». Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, non si stanca di propugnare il ritorno al nucleare, ma ammette che «prima di 10-15 anni non se ne vedranno i benefici».La situazione rimane drammatica. Carlo Stagnaro, direttore delle ricerche all'Istituto Bruno Leoni, concorda che mediamente paghiamo l’energia elettrica più dei concorrenti, ma distingue: le grandi imprese “energivore” (meccanica, siderurgia, cementifici) pagano più o meno come i concorrenti europei. «I veri figli di nessuno sono le imprese medio-piccole e quelle artigianali che sono sovraccaricate di oneri impropri e nel contempo rappresentano la vera anima industriale del Paese. I sistemi di incentivazione alle fonti eolica e solare sono pluriennali: impostati intorno al 2010 continueranno fino al 2030. Sono stati pensati per dare certezze agli operatori che si gettavano nell’operazione: ora, a meno che non abbiano venduto gli impianti nel frattempo, sono i veri beneficiari». Si potrebbero accollare alla fiscalità generale alcuni costi, come è stato fatto per le famiglie meno abbienti: la soglia per accedere al bonus è 9.530 euro-Isee, aumentati a 20.000 per famiglie con quattro figli a carico. Del bonus beneficiano circa 2,8 milioni di nuclei familiari con un costo di 800 milioni nel 2025. Anche per le aziende medio-piccole qualche agevolazione è operativa. Ma non basta.Puntualizza Simona Benedettini, fondatrice e Ceo di Race Consultig, società di consulenza nel settore energetico: «I dati Eurostat relativi all’ultimo semestre del 2025 dimostrano che sia per le famiglie sia per le imprese l’Italia non è tra i Paesi Ue con i prezzi finali dell’elettricità più elevati. I nostri prezzi sono inferiori a quelli dei tedeschi, e non va dimenticato che nel 2025 la Germania ha concesso sgravi in bolletta alle imprese per 23 miliardi di cui 17 per la fiscalizzazione degli incentivi alle rinnovabili. Sui nostri prezzi, rispetto ad altri Paesi Ue, incidono maggiormente i cosiddetti oneri generali (trasporto, Iva e accise, incentivi, ndr) mentre in misura inferiore alla media Ue gli oneri di rete». Ma il tema cambia se guardiamo ai cosiddetti prezzi all’ingrosso, applicati quando l’energia è comprata in grandi quantità direttamente dal produttore o da un distributore intermedio, per essere poi rivenduta. «In Italia – spiega Benedettini – questi sono determinati nella gran parte delle ore dell’anno dalle centrali termoelettriche che risentono delle variazioni del prezzo del gas naturale. In Spagna e Francia il mix di generazione può contare anche sul nucleare e in Germania su una percentuale maggiore di rinnovabili». I prezzi insomma vengono “spalmati” su più fonti e perciò ridotti. Il sistema di calcolo ci svantaggia: «Il Gestore energetico nazionale – spiega Massimo Nicolazzi, docente di Economia delle fonti di energia a Torino – rileva ogni quarto d’ora qual è stata la fonte più economica nell’ora e nella giornata precedente. Spesso questa risulta il gas anche se per molte ore il sole e il vento avevano avuto un costo minore». Nel complesso, in Italia il 40% circa dell’elettricità è prodotta da fonti rinnovabili, meno della media dei principali Paesi europei.Né va dimenticata «la burocrazia nelle concessioni per gli impianti, ricorda Giampaolo Galli, direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici della Cattolica». Più volte sollevata è poi la questione degli Ets, le tasse sull’inquinamento da Co2: la loro sospensione ridurrebbe in modo significativo il prezzo finale dell’elettricità? Stando a uno studio di Ecco, un think tank italiano per il clima, per un consumatore domestico il costo dell’Ets rappresenta circa il 3% della bolletta, mentre la principale causa del caro energia continua a essere legata alla forte volatilità dei mercati dei combustibili fossili, dai quali l’Italia dipende. «L’indebolimento del sistema rischierebbe di rallentare gli investimenti nelle rinnovabili. In Italia – scrive Ecco – le aste Ets hanno generato 18 miliardi di euro tra il 2012 e il 2024, ma solo 1,6 miliardi, il 9% del totale, sono stati destinati a misure per la transizione come richiesto dalle norme europee. L’Italia può cogliere le potenzialità offerte da questo strumento destinando il 100% dei proventi delle aste al finanziamento di politiche climatiche, industriali ed energetiche».Intorno al problema dell’energia ruotano i destini della competitività dell’Italia, più di altri Paesi, da oltre mezzo secolo, ricorda Lorenzo Codogno, a lungo capo economista del Tesoro e oggi docente alla London School of Economics. «Dalla crisi energetica della metà degli anni ’70 si avviò una spirale “anti-competitiva”: alta inflazione, deprezzamento della moneta, spirale prezzi-salari, disavanzi nelle partite correnti, sussidi pubblici crescenti, nazionalizzazione delle imprese decotte, erano tutti segnali di un’economia che non riusciva più a trovare slancio». La produttività totale dei fattori scese dal 5,58% in media degli anni fra il 1955 e il 1974, allo 0,5% del 1995-2019, e negli anni successivi si è ripresa di pochissimo. È passato mezzo secolo ma i problemi non si sono risolti, e solo l’euro, al quale abbiamo aderito per il rotto della cuffia con ancora altri sacrifici, ci tiene a galla. Negli anni ’70, l’inflazione della lira fu del 230%: il marco tedesco si apprezzò del 174%.Strettamente connesso è il problema delle “dimensioni” del Paese, sceso da 60 a 58 milioni di abitanti in pochissimi anni. Se l’economia italiana vuole ritrovare competitività, va risolta la “trappola demografica” come la chiama Alessandro Rosina, uno dei maggiori esperti italiani, che insegna questa materia alla Statale di Milano. «Da quarant’anni siamo sotto gli 1,5 figli per donna e ormai siamo scesi a 1,25, quando la soglia perché la popolazione non diminuisca, il “tasso di fecondità”, è di 2,1», spiega il docente di demografia. «Nascono meno figli non solo perché non ci sono asili nido, congedi parentali unificati e proporzionali, redditi decenti per metter su famiglia: ma perché non ci sono più donne e famiglie sufficienti». Nel 2025 sono nati in Italia 350mila bambini, contro il milione e mezzo degli anni ’70. Decisivo è il contributo degli immigrati, «quelli regolari, s’intende, che costituiscono con 5,5 milioni circa il 9% della popolazione». Altro che remigrazione: «Visto che condizione base per ottenere una cittadinanza regolare è il lavoro, il governo deve rendere meno farraginoso e più ordinato per gli immigrati ottenerne uno “vero” e non “nero”, retribuito in modo adeguato, con contributi regolari e con la possibilità di ricongiungimenti familiari». Serve un meccanismo efficiente per regolarizzare gli immigrati, insiste la stessa Confindustria che lamenta un gap di manodopera nell’ordine delle centinaia di migliaia. Francia, Germania e Spagna hanno arginato il problema promuovendo il lavoro femminile con corrette misure per contemperare lavoro e famiglia, e favorendo il lavoro dei giovani, tutti fattori dove il nostro Paese è il fanalino di coda. «Altrimenti – dice Rosina – ci ritroveremo con un numero di pensionati tale che sarà impossibile anche trovare gli infermieri e le badanti».
Qui serve una scossa produttiva
Dipendenza dai costi energetici dei grandi produttori e calo demografico sono i punti di debolezza di un sistema che prova a darsi slancio a forza di incentivi.







