La nuova proposta di riaprire in Italia un quadro normativo per la reintroduzione del nucleare ha prodotto entusiasmo in un ristretto settore degli ambienti industriali, ventilando l’introduzione nel nostro Paese di piccoli reattori modulari, i cosiddetti Small Modular Reactors.

Essenzialmente si tratta di una vasta tipologia (fino a 74 diversi progetti!) di differenti reattori, con potenza fino a 300MW, per i quali si propone la produzione “in serie” con l’uso di elementi modulari, che differiscono dai reattori classici essenzialmente per la taglia rispetto a centrali da 1000-1600 MW. La novità è la promessa di modularità, che dovrebbe abbassare costi e tempi di costruzione; pur se alcuni progetti presentano a livello di ricerca proposte tecnicamente interessanti, moltissime criticità sono ancora presenti.

Intanto la riduzione delle dimensioni non comporta una proporzionale diminuzione dei costi; un reattore da 300MW non costa affatto un terzo di quello da 1000 MW. I costi di autorizzazioni, sicurezza, controlli, personale, assicurazioni, smantellamento permangono quasi costanti per ogni reattore, diminuendo gravemente i vantaggi della modularità. Reattore modulare poi non significa affatto che scompare il cantiere; fondazioni, raffreddamento, connessioni elettriche, costi del sito permangono, e incidono per una parte assai rilevante di costi e tempi. Reattori più piccoli hanno poi minore efficienza neutronica, compensata con un aumento dell’arricchimento dell’uranio (HA-LEU arricchito al 5%); da qui la necessità di creare ex novo una nuova filiera del combustibile, e/o la introduzione di moderatori/riflettori di grafite al posto dell’acqua.