Waseem Khan, 29 anni, Pashtun Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, sono le quattro persone provenienti da Pakistan e Afghanistan che il 1° giugno sono state bruciate vive all’interno di un minivan, in una stazione di servizio vicino ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Secondo le indagini dei magistrati, erano impiegati come braccianti agricoli in condizioni di sfruttamento e schiavitù, e sarebbero stati uccisi dopo una lite con i caporali per il mancato pagamento del lavoro svolto.Da un mese chi li aveva ingaggiati tratteneva le loro paghe, mentre i quattro giovani uomini continuavano ad andare a raccogliere le fragole nei campi della costa jonica. Per il loro omicidio sono stati arrestati Alì Raza e Ahmed Safeer, i due presunti caporali di origine pakistana coinvolti nella vicenda. Così la strage di Amendolara rivela ancora una volta la violenza del caporalato e le condizioni di sfruttamento in cui vivono molte persone con background migratorio in Italia.I migranti che lavorano nei campi per pochi euro l’ora sono migliaia ogni anno e in alcuni casi il loro reclutamento avviene attraverso le strutture di accoglienza che dovrebbero tutelarli. Identificare da vicino i processi di questo sfruttamento è complesso: i braccianti si trovano in una posizione di vulnerabilità, temono ritorsioni, problemi con la legge e preferiscono non denunciare.Nel centro di accoglienza di Gradisca d’Isonzo, vicino al confine che separa il Friuli-Venezia Giulia dalla Slovenia, l’organizzazione No Name Kitchen ha documentato l’impiego irregolare di diversi richiedenti asilo presso aziende agricole del territorio e la stessa struttura di accoglienza ospitante. Come raccontano i diretti interessati, la necessità di guadagnarsi da vivere e il difficile accesso ai documenti che servono per cercare un lavoro regolare li hanno spinti a diventare manodopera a basso costo.Nel report Benvenuti nel vuoto, No Name Kitchen spiega che la selezione dei lavoratori agricoli è gestita direttamente dagli operatori del centro di accoglienza. Le testimonianze raccolte tra l’inverno e la primavera 2025 indicano che i richiedenti asilo lavoravano nei campi senza un contratto e senza protezione sindacale. Nella maggior parte dei casi, ricevevano una retribuzione in contanti compresa tra i quattro e i cinque euro l’ora. «Il lavoro nei campi lo trovi se qualcuno ti mette nella lista. Non sai quando ti chiamano, e il pagamento arriva dopo, senza ricevute. Se chiedi troppo, ti tagliano fuori», spiega uno di loro.Altre persone erano impiegate in nero all’interno dello stesso centro di accoglienza per svolgere mansioni di pulizia, distribuzione dei pasti e supporto alla mensa. L’organizzazione segnala turni di lavoro da otto ore a fronte di un compenso mensile di circa 500 euro, pagato in contanti, senza contratto, senza assicurazione e senza versamenti previdenziali. Per tanti richiedenti asilo questo sistema rappresentava l’unico modo per riuscire a mettere soldi da parte.«Il centro di Gradisca appare segnato da forme ibride di impiego informale, che oscillano tra sfruttamento, assistenzialismo e abuso del bisogno. Sia il lavoro agricolo, svolto in condizioni poco trasparenti, sia le mansioni interne prive di contratto violano principi legali e contrattuali. La Prefettura, pur essendo tenuta alla vigilanza, non esercita alcuna funzione di controllo sul rispetto delle norme in materia di lavoro», dicono gli attivisti.Il tutto accade in un contesto abitativo di forte degrado. In base a quanto documentato, le persone nel centro dormivano in tenda, in presenza di topi e insetti. La carenza di elettricità e di riscaldamento, l’insufficienza dei pasti e la mancanza di servizi di supporto psicologico, legale e di mediazione culturale sono state denunciate da tempo. Secondo l’organizzazione inoltre, «la monetizzazione del bisogno da parte dell’ente gestore, che offre “incarichi” non tracciati a soggetti vulnerabili in cambio di funzioni essenziali, solleva gravi dubbi sul corretto utilizzo dei fondi pubblici, destinati proprio a garantire la pulizia e i servizi generali mediante personale dipendente qualificato».Quello di Gradisca d’Isonzo non è un caso isolato. A Latina, indagini della polizia avviate nel 2017, hanno portato due anni dopo all’arresto di sei soggetti, tra cui esponenti sindacali e dell’ispettorato del lavoro, accusati di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, all’estorsione e alla corruzione. Tra le persone arrestate nell’ambito dell’operazione Commodo, due si occupavano di reclutare e sfruttare lavoratori agricoli provenienti dall’Africa centrale e dalla Romania per conto della società cooperativa Agri Amici. L’attività illegale avveniva tra Latina, Roma, Frosinone e Viterbo, per un totale di circa 400 migranti impiegati nella rete del caporalato.«Approfittando dello stato di bisogno, gli stranieri venivano trasportati nei campi a bordo di pulmini sovraffollati, privi dei più elementari sistemi di sicurezza, ed erano costretti ad affrontare una giornata lavorativa di almeno 12 ore a fronte di una retribuzione inferiore alla metà rispetto a quella prevista dal contratto collettivo nazionale di lavoro del settore», ha dichiarato la questura di Latina, che aggiunge: «I servizi di osservazione hanno permesso di accertare che i braccianti provenivano anche dai centri di accoglienza straordinaria ed erano in attesa del riconoscimento della protezione internazionale».Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore che si occupa di monitorare il fenomeno del caporalato e del padronato nella zona dell’Agro Pontino spiega: «Con l’operazione Commodo sono emerse responsabilità metodologiche e professionali del personale dei centri di prima accoglienza coinvolti. Questo ha portato a sviluppare una relazione gravemente indifferente nei confronti delle estreme condizioni di lavoro a cui erano obbligati gli ospiti, favorendo un sistema di padronato e caporalato lesivo dei diritti umani e del lavoro degli ospiti, in complicità con caporali e imprenditori criminali italiani».In Calabria, a poche ore di auto da Amendolara, testimoni locali hanno segnalato a L’Espresso che lo sfruttamento nei campi e in attività di accattonaggio delle persone accolte presso il centro per richiedenti asilo di Isola di Capo Rizzuto avviene da tempo, sotto gli occhi di tutti. Per riuscire a presentarsi all’alba nei campi che circondano il centro, i braccianti dormono fuori dalla struttura e vi fanno ritorno entro 48 ore, prima che scada il permesso di uscita accordato ed evitando così di perdere il posto letto assegnato. Dopo aver fatto ritorno in struttura e averci trascorso almeno una notte, la pratica si ripete e il lavoro sottopagato, senza contratto e alcuna forma di protezione, prosegue. «Tutti nel centro di accoglienza sono a conoscenza di questa dinamica, anche la Prefettura, a cui la situazione è stata segnalata più volte», riferisce una fonte addetta ai lavori che preferisce rimanere anonima.Mentre le persone migranti pagano il prezzo più alto e spesso invisibile di un sistema predatorio basato sulla schiavitù, l’economia sommersa e criminale che nel frattempo si genera cresce. Secondo Omizzolo, «la prima accoglienza in Italia, se malamente gestita, rischia di trasformarsi in un hub per il reclutamento di persone sfruttate da un sistema agro mafioso che ormai, come dimostrano le ricerche Eurispes, supera i 25 miliardi di euro l’anno».