Ho riflettuto molto prima di esprimermi sul nuovo partito di Vannacci, e sullo choc che esso ha provocato nel centrodestra italiano, il cui primato viene messo a rischio dalla new entry del generale. Per spiegare il mio punto di vista, attingo all’intero repertorio dei miei ricordi di Prima e Seconda Repubblica. Parto dalla Prima, e la memoria mi restituisce il fotogramma di una colazione ai castelli romani con Flaminio Piccoli, più volte segretario della Dc. Il partito era già tramontato, se ne cercavano ancora le cause, e quel giorno la ricerca era affidata all’illuminazione del vino dei castelli. Il vecchio Piccoli mi disse a metà pranzo: "Noi Dc non avevamo paura dei comunisti, anzi più erano forti, più riuscivamo a mobilitare l’elettorato moderato; la nostra ossessione era di non avere nemici a destra, sapevamo che la nascita di una destra forte ci saccheggiava l’elettorato".
Nessun nemico a destra: la regola di Piccoli è stata in parte anche di Berlusconi, che assorbì o combattè duramente tutte le formazioni alla sua destra (e perse le elezioni del 1996 a causa della presenza, in tutti i collegi, di un candidato della Fiamma Tricolore). Ora è il centrodestra di Giorgia Meloni a fare i conti con un nemico a destra. E i sondaggi non segnalano un disturbo modesto come la Fiamma di trent'anni fa, bensì una piccola marea montante già vicina alla cifra del vecchio MSI, e con l’obiettivo dichiarato di incrementarla parecchio.









