Adispetto degli esorcismi e delle minimizzazioni il partito di Vannacci è già in campo, già esercita una sua decisiva influenza. Piccolo promemoria. A cominciare dalla Lega, il cui geniale (si fa per dire) leader gli ha dato l’abbrivio e la visibilità facendolo addirittura vicesegretario del partito quando già anche i più sprovveduti intuivano che di lì a poco lo avrebbe mollato.

Lui ha cominciato a reclutare transfughi in parlamento e non solo dalla Lega tra chi cerca sistemazione a fine legislatura. Il fattore Vannacci ha concorso ad acuire le divisioni tra le due Leghe, quella dei fedeli a Salvini e quella degli amministratori del nord. E solo la pavidità di costoro, incredibilmente, non ha prodotto la decapitazione di un leader che da tempo le ha sbagliate tutte.

A sua volta, Vannacci ha messo in tensione FI. In due modi: mostrando la debolezza e l’ignavia dell’attuale vertice che, al più, ha balbettato qualche distinguo contro l’estremismo di Vannacci senza tracciare alcun cordone sanitario verso di esso; infierendo giustamente – Vannacci è tra i pochi che lo hanno fatto – sulla contraddizione di un partito a tutti gli effetti teleguidato in chiave proprietaria dall’azienda della famiglia Berlusconi. A sua volta ondivaga tra le presunte velleità liberali di Marina cui taluni hanno dato credito e le cautelose parole del fratello (“wait and see” i programmi di Vannacci).