Gli sconvolgimenti degli ultimi anni a livello geopolitico hanno spinto le imprese italiane a riconsiderare i propri piani di internazionalizzazione. Ci sono Paesi che hanno perso appeal e altri che lo hanno guadagnato. Delle rotte verso oriente abbiamo parlato con Marzio Morgante, managing partner di Ata Asian Tax Advisory, boutique di consulenza specializzata nell’assistenza fiscale, societaria e amministrativa alle aziende europee che intendono espandersi in Asia.

Come si è evoluta la domanda delle imprese italiane verso l’Asia negli ultimi anni?

Le cito un sondaggio condotto da Iccf e Hktdc, secondo il quale il 77% delle imprese del nostro Paese conta di crescere in Asia nei prossimi tre anni, con priorità per la Cina continentale e Hong Kong. In Cina operano oltre 1.500 imprese italiane, mentre a Hong Kong il numero è intorno a 200, secondo studi recenti. Lo scorso anno l’export italiano verso l’Asia-Pacifico si è attestato a 55,4 miliardi di euro (in linea con il 2024), considerando il perimetro Maeci esteso a Taiwan: Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Australia, sei principali mercati Asean, Asia Centrale e Taiwan. Le esportazioni verso la Cina sono invece scese a 14,3 miliardi di euro (-7% sul 2024), confermando un mercato importante ma più selettivo rispetto al passato, principalmente a causa della trasformazione del mercato: i consumatori cinesi privilegiano sempre più il rapporto qualità-prezzo e i marchi locali nella fascia media-bassa. Questo ha spinto molte aziende a diversificare verso Vietnam, Thailandia e Filippine, mercati in forte crescita, con un buon riscontro complessivo per le imprese italiane.