di
Aldo Cazzullo, inviato a Washington
È il miglior calciatore brasiliano della sua generazione, ma è ancora alla ricerca della consacrazione definitiva. Il fumetto giapponese, la serie «la casa di carta»
È il suo destino: essere il migliore calciatore brasiliano della sua generazione, e pure di quella successiva, e diventare un caso a ogni Mondiale. In Qatar gli diedero del cascatore, in Russia fu eliminato dai belgi, in Brasile il colombiano Zuniga gli ruppe la schiena; nella semifinale con la Germania David Luiz entrò in campo levando al cielo la maglietta con il suo nome come se fosse morto: i tedeschi ne fecero sette. Non era colpa sua, certo. Ma è da allora, quando aveva 22 anni, che Neymar da Silva Santos Júnior cerca una consacrazione. Ora ne ha 34, e non l’ha ancora raggiunta. Vedremo se in questo Mondiale, se non già stasera con il Giappone, avrà la sua chance.Intendiamoci: è stato un mito, e per molti lo è ancora. L’unico nell’era Messi-Ronaldo ad avere un suo pubblico, una sua platea di fan, i suoi 237 milioni di follower su Instagram. A diventare un fenomeno pop, anche fuori dal campo. Brasilianissimo, è il vero campione globale. Visto da vicino, Neymar pare finto. Disegnato. Un fumetto giapponese. Pelle scura, occhi chiari, tratti da indio. Non a caso è diventato davvero protagonista di una striscia, oltre che di un videogioco, e ha sposato Bruna, attrice di soap-opera, dove anche lui è stato ospite, recitando più volte nella parte di se stesso. Anche se la sua migliore apparizione fuori dal campo è quella vestito da monaco ne «La casa di carta», di cui è grande fan pur essendo dichiaratamente di destra, sostenitore di Jair Bolsonaro contro Lula. Qui in America è arrivato decisamente fuori forma. Piegato dai postumi di un infortunio. Però alla Selecao ci tiene tantissimo: oltre a sacrificarle le vertebre, ha segnato 79 gol, più di Pelè, più di Ronaldo. L’abbiamo visto piangere quattro volte, sempre in verdeoro. A Fortaleza, nel 2014, contro il Messico, durante l’inno: «Ó Pátria amada, idolatrada, salve! Salve!»; e giù lacrime. Dopo l’infortunio contro la Colombia, nello stesso stadio. Dopo il rigore con cui diede al Brasile l’oro olimpico del 2016, al Maracanà (i tedeschi sconfitti si gettarono a terra distrutti, arrivò l’allenatore, Horst Hrubesch, il centravanti del Mondiale 1982, a dire: forza, in piedi, andiamo a congratularci con Neymar e a salutare il pubblico. Lo obbedirono tutti).








