Più della metà del PIL mondiale dipende dalla natura, eppure la fauna selvatica sta scomparendo a un ritmo allarmante. Le specie di acqua dolce sono quelle che se la passano peggio: le loro popolazioni sono diminuite dell’85 per cento dal 1970.

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Le conseguenze vanno ben oltre l’ecologia: il degrado del suolo minaccia le filiere agricole e la perdita delle naturali difese contro le inondazioni espone più comunità al rischio.

Il problema è aggravato dalla difficoltà di misurare ciò che stiamo perdendo. I tradizionali monitoraggi della biodiversità si basano su ecologi specializzati che passano settimane o mesi sul campo, identificando le specie a vista o dal loro verso. I risultati sono lenti, costosi e spesso poco omogenei.

«Se lei e io andassimo allo stesso fiume, non produrremmo lo stesso elenco di specie», racconta a Euronews Earth Dimple Patel, CEO dell’azienda di monitoraggio della biodiversità NatureMetrics. «Questo rende molto difficile mettere insieme serie di dati che le persone possano davvero confrontare e anche standardizzare su scala globale».