di

Marco Imarisio

Il bimbo colpito nel letto, la madre che negò sempre tutto. Le inutili battaglie per trovare un colpevole diverso. Da Vespa al Costanzo show: in tv il caso Franzoni diventò un fenomeno collettivo

«Villa bifamiliare, in quanto composta da due unità abitative separate, insistente su un terreno di proprietà di 681 mq. Alloggio autonomo al primo piano, costituito da un ingresso, un soggiorno con angolo cucina, una camera da letto, un disimpegno e un bagno, con parte abitativa superiore composta da due camere da letto e un bagno collegata tramite una scala interna. Giardino di proprietà esterno di circa 590 mq». Ci si arriva risalendo due tornanti di asfalto, lasciandosi alle spalle il silenzio del paese che non è cambiato in nulla, con i suoi graziosi lampioni e le finestre con le tende bianche.

Sull’ultima altura c’è la villetta di Annamaria Franzoni e di suo marito Stefano Lorenzi, e sbaglia chi si aspetta di trovare una dimora in rovina, segnata dalle scosse del tempo e dall’apocalisse che si svolse al suo interno. Uno se la immagina come fosse un monumento, levigato da migliaia di riprese e foto postate sui social, ma invece è un posto ancora vivo. Con le fioriere alle finestre, con la cura del prato che rivela un interesse umano. Prima di Garlasco, c’è stata Cogne. E chi ha vissuto quegli anni in cui la donna che si sentiva «padrona di quella casa» prima che «ci entrasse il mondo» era diventata un volto che spaccava il nostro Paese in due, non pensava che potesse accadere ancora. Era il 30 gennaio del 2002. In quella villetta separata dal resto del paese anche nella toponomastica, non Cogne ma frazione Montroz, ripetevano per prenderne le distanze gli abitanti durante la fase più acuta della follia collettiva, Annamaria Franzoni, reduce da una depressione seguita al parto, uccide il suo figlio più piccolo, Samuele, tre anni. Con quale oggetto gli abbia sfondato la testa, è questione dibattuta ancora oggi. «C’è la solita mamma in crisi che ha ucciso il bambino, facci un salto e torna subito». Il messaggio fu lo stesso per tutti i cronisti, che partirono convinti di tornare l’indomani e finirono per restare tre mesi e oltre in quell’apparente idillio sotto il Gran Paradiso.