“Quella mattina era cominciata come tutte le altre, doveva accompagnare suo figlio Davide alla fermata dello scuolabus a 300 metri dalla fermata da casa. Con lei di solito usciva anche il figlio più piccolo, Samuele, ma quella volta era rimasto a casa”: si apre così il racconto del giornalista Stefano Nazzi che ieri nel suo programma televisivo “Il caso” è tornato sul delitto di Cogne. A 23 anni dal caso di cronaca che ha fortemente scosso e diviso l’Italia, si parla ancora dell’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi e di sua madre Anna Maria Franzoni.
Il delitto di Cogne
Quella notte, Anna Maria Franzoni non ha dormito bene, forse per via dell’influenza. Ha anche telefonato al 118 che le ha diagnosticato uno stato d’ansia oltre a sintomi influenzali. Suo marito Stefano Lorenzi, titolare di una piccola ditta di impianti elettrici, è andato a lavorare e a lei toccava accompagnare il figlio più grande Davide a scuola. Quel giorno uscì di casa alle 8.16. “Davide quella mattina era più lento del solito”, continua così il racconto di Nazzi di quel giorno di gennaio del 2002. Lei (la Franzoni, ndr) lo incalzava. Scese le scale per andare alla porta ma a metà strada udì piangere Samuele e lo trovò seduto sui gradini tra il soggiorno al primo piano e le camere da letto al piano terra. Lo abbracciò e lo portò sul lettone”. La Franzoni ha sempre raccontato di essere rientrata a casa, di aver tolto le scarpe, indossato gli zoccoli e di essere andata dal figlio più piccolo di tre anni, Samuele, che era in camera. Il piccolo si lamentava mentre era sotto le coperte tanto che lei, sempre dal suo racconto, credette volesse giocare per poi scoprire la grossa ferita alla testa e il corpo completamente immerso nel sangue che intanto aveva ricoperto pavimenti, coperte e pareti fino a due metri d’altezza. “Sembrava gli fosse esploso il cervello”, disse la donna. Samuele fu ucciso nel letto dei suoi genitori con svariati colpi al cranio. Il resto della storia è nota: la Franzoni chiamò i soccorsi dicendo che suo figlio vomitava sangue e non respirava, cosa poi smentita dai medici. Sul posto accorsero prima ancora del 118 il medico di famiglia e la sua vicina di casa Daniela Ferrod di cui è rimasta impressa la frase: “Cosa hai fatto?”, rivolta alla madre di Samuele che intanto fu trasportato in elicottero all’ospedale di Aosta dove morì sul lettino che lo stava portando in sala operatoria.






