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«Credevo di andare in paradiso. In realtà stavo precipitando all’inferno». Si chiama Youssef, ma non è il suo vero nome. Quello è rimasto sepolto insieme all’uomo che stava diventando. Oggi vive da qualche parte nel mondo, lontano dalla Tunisia, dalla Francia, dall’Italia e dalla Giordania. Si nasconde da chi un tempo chiamava fratelli e che oggi lo considera un traditore. Per loro doveva diventare un martire. Invece ha scelto di restare vivo. E di raccontare la sua storia a Il Tempo con la promessa di mantenere l’anonimato.

Youssef, quando è iniziato tutto?

«Non è iniziato con l’odio. È questo l’errore che fanno in molti. Pensano che un ragazzo si svegli una mattina, guardi un video su internet e decida di diventare un jihadista. Non funziona così. Prima arriva il vuoto. Poi arriva qualcunoche quel vuoto lo sa riempire. Sono nato a Sfax, in Tunisia, da una famiglia musulmana normale. Ramadan, preghiera, rispetto per i genitori. Nessuno parlava di guerra santa o sognava il martirio. Atredici anni sono arrivato in Francia passando per l’Italia. Doveva essere l’inizio di una vita migliore. In parte lo è stato, in parte no. Non voglio fare il solito discorso sull’Europa cattiva. La verità è più sporca e più semplice: io non sapevo chi ero. In Tunisia ero quello partito. In Francia ero quello venuto da fuori. E in mezzo non c’era niente».