Il processo va avanti ma non c'è nessun imputato...

Stefano Giordano

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Il processo per l’omicidio di Giulio Regeni si avvicina alla sentenza. Nessun imputato in aula. Nessuna condanna eseguibile. Nessuna certezza che la pena venga mai scontata. La Procura di Roma ha chiesto l’ergastolo per Sharif e 17 anni e mezzo per gli altri tre 007 della National Security — sette ore di requisitoria — e la Corte d’Assise si pronuncerà a settembre. Vale la pena chiedersi: a cosa serve? La risposta facile è: a nulla. Ed è onesta, ma incompleta. La Corte EDU insegna che i diritti devono essere concreti ed effettivi, non teorici e illusori. Questo processo ne è il paradosso vivente: per tutelare la vittima si procede contro imputati ignari di esserlo, perché il loro Stato ha scelto il silenzio. Il diritto registra la contraddizione. Non la risolve. Regeni non era una spia, ha detto il pm Colaiocco. Era un giovane ricercatore entrato in una zona d’ombra dove il diritto aveva smesso di esistere. L’Egitto non collabora, non estrada, non risponde.

Allora cosa rimane?