Fra le città europee che hanno saputo trasformare la propria eredità storica in una materia viva, Arles occupa una posizione singolare. Fondata dai Romani, attraversata dal Rodano, osservata e dipinta da Van Gogh (il “suo” bar, che tutti chiamano Cafè Le Soir, in Place de Forum, è uno dei più e frequentati) e raccontata da generazioni di fotografi, la città provenzale lascia sedimentare il suo passato nel presente. Le pietre dell’anfiteatro, i viali assolati e le distese della Camargue appartengono a una medesima geografia culturale dove le epoche convivono senza gerarchie.È in questo contesto che Luma ha trovato il proprio terreno naturale. Ridurre questo progetto a un museo d’arte contemporanea, tuttavia, significherebbe fraintenderne l’ambizione. Più che essere un’istituzione espositiva, si presenta come un laboratorio permanente in cui architettura, ricerca, produzione artistica e riflessione interdisciplinare si intrecciano all’interno del Parc des Ateliers, l’antico complesso industriale destinato un tempo alla manutenzione ferroviaria. «La trasformazione di questi spazi non rappresenta soltanto un recupero urbanistico di straordinaria scala, ma l’affermazione di un’idea di cultura capace di mettere in relazione patrimonio, innovazione e sperimentazione senza sacrificare la complessità di nessuno di questi elementi», ha sottolineato Maja Hoffmann, fondatrice di Luma, nel corso della nostra prima visita. Al centro di questa visione si erge la Luma Tower, progettata da Frank Gehry e inaugurata nel 2021, uno degli ultimi ricordi che ci lascia il grande architetto recentemente scomparso. Un edificio che dialoga con il paesaggio circostante attraverso una composizione di volumi vetrati e sfaccettati che riflettono la luce mutevole della Provenza e che richiamano, in modo astratto, le formazioni rocciose delle Alpilles circostanti. Lo scorso maggio è iniziata la stagione espositiva del 2026 e continuerà con nuove mostre e appuntamenti dal prossimo 4 luglio. Un programma che affronta questioni legate all’ambiente, alla memoria, alle forme della conoscenza e alle modalità attraverso cui immagini e suoni contribuiscono a ridefinire la nostra esperienza del mondo. Tra le aperture, una delle presenze più interessanti che abbiamo avuto modo di vedere in anteprima, c’è “Delta” di Verena Paravel, nuovo capitolo del progetto “Cosmofonia”.Realizzata nel delta del Rodano e presentata come una monumentale installazione audiovisiva immersiva, «l’opera sposta l’attenzione dal primato dello sguardo all’universo dell’ascolto», spiega l’artista. «Attraverso tecnologie di registrazione scientifica ho reso percepibili vibrazioni, frequenze e fenomeni sonori normalmente sottratti alla sensibilità umana, costruendo una mappa acustica della Camargue in cui animali, piante, correnti d’acqua e attività umane convivono sul medesimo piano percettivo», aggiunge Paravel.Un’altra mostra di particolare rilievo è dedicata a Cahiers d’Art (la celebre rivista fondata nel 1926 da Christian Zervos) che ricostruisce una stagione in cui artisti come Picasso, Matisse, Kandinsky, Miró e Giacometti trovarono nelle pagine della rivista uno spazio di confronto e legittimazione. Nella Torre trova posto anche il sesto capitolo degli Hans Ulrich Obrist Archives dedicato a Zaha Hadid nel decimo anniversario della sua scomparsa. «I suoi disegni, dipinti, taccuini, materiali documentari e le registrazioni inedite restituiscono il profilo di un’architetta che utilizzò la pittura come strumento di invenzione spaziale, ben prima che le tecnologie digitali rendessero possibile la complessità formale delle sue architetture», sottolinea il curatore d’arte e direttore delle Serpentine Galleries di Londra. Di forte intensità poetica appare inoltre “In Search of… Incredible” di Julianknxx, artista nato in Sierra Leone e cresciuto tra Gambia e Londra. Sculture, film, suono e oggetti trasformati che danno forma a una riflessione sulle genealogie familiari, sulla trasmissione delle memorie e sulla capacità degli oggetti di custodire relazioni invisibili. Il sale, elemento ricorrente nell’intero progetto, assume il valore di sostanza simbolica capace di evocare conservazione, trasformazione e passaggio del tempo. Con “In the Veins”, Camille Henrot affronta invece il tema della cura a partire dal rapporto tra infanzia e crisi ecologica. «Attraverso immagini che intrecciano il mondo animale e l’esperienza quotidiana della crescita, il mio film indaga il divario sempre più evidente tra l’immaginario naturale trasmesso alle nuove generazioni e la progressiva scomparsa di molte specie che lo popolano», afferma davanti a un caffè. Da non perdere, poi, una rara presentazione delle “Overpainted Photographs” di Gerhard Richter -piccole opere in cui fotografia e pittura si sovrappongono, generando immagini sospese tra documento e astrazione - e dal 4 luglio “Amanat” dell’artista uzbeka Saodat Ismailova, una nuova commissione sviluppata in collaborazione con lo Swiss Institute di New York e la Kunsthalle Bern volta ad esplorare le tradizioni spirituali e culturali dell’Asia Centrale, tra film e installazioni. L’artista canadese Stan Douglas, inoltre, proporrà “Bodies Never Lie”, attorno al nuovo film “Exquisite Corpse” ambientato nella Spagna degli anni Cinquanta, che riflette sui meccanismi della memoria storica e sul ruolo della musica come forma di espressione culturale. Alla Grande Halle approderà infine “Correspondences”, il lungo dialogo creativo tra Patti Smith e Stephan Crasneanscki di Soundwalk Collective con suoni raccolti in diverse parti del mondo (ce ne hanno dato un assaggio, di recente, al Padiglione Vaticano alla Biennale d’arte di Venezia), installazione immersiva che esplora il paesaggio come archivio sensibile di tracce, voci e memorie. L’estate di Luma coinciderà infine con uno degli appuntamenti più importanti del calendario culturale europeo: Les Rencontres d’Arles. Nato nel 1970, il festival internazionale di fotografia trasforma ogni anno la città in una costellazione di mostre distribuite tra monumenti storici, edifici industriali e spazi temporanei. Come dicono da quelle parti, tutte o quasi “incontournables”. Imperdibili.