Il rendering del satellite/data center presentato da SpaceX. Foto: SpaceX
Sette anni di trattative, modifiche tecniche, concessioni parziali. La comunità astronomica internazionale aveva impiegato tutto questo tempo a trovare un equilibrio con SpaceX sui satelliti Starlink: limiti di luminosità concordati, pannelli solari adattati, risultati ancora insoddisfacenti ma almeno un quadro di dialogo. Nel gennaio 2026, in poche settimane, quella trattativa è tornata al punto di partenza. SpaceX ha chiesto alla Federal Communications Commission di poter lanciare un milione di satelliti — non per le telecomunicazioni, ma come data center in orbita per l’intelligenza artificiale. La risposta della comunità scientifica, questa volta, non è stata una protesta: è stata una petizione formale di diniego.
Il punto di partenza è la crisi energetica dell’intelligenza artificiale. I modelli linguistici avanzati e i sistemi di elaborazione intensiva richiedono quantità crescenti di elettricità: nei soli Stati Uniti la domanda potrebbe superare i 100 gigawatt entro il 2035, secondo le proiezioni citate da SpaceX nella propria istanza all’FCC. Le reti elettriche faticano a stare al passo e lo spazio fisico per nuovi impianti si esaurisce. In questo quadro SpaceX — che nel febbraio 2026 aveva acquisito xAI, l’azienda di intelligenza artificiale fondata da Elon Musk — ha individuato una soluzione radicale: portare i data center in orbita, dove il sole splende quasi ininterrottamente.









