Repubblica e Avvenire accusano il presidente Usa di imperialismo e di essere selettivo negli aiuti. Per loro era meglio la tirannia di Madurodi Costanza Cavallidomenica 28 giugno 20263' di letturaIl 24 giugno due scosse hanno devastato il Venezuela: almeno 1.500 morti e un Paese che scava a mani nude. Da noi, però, conta un’altra cosa: non quante vite si salvino, ma chi le salva. Repubblica titola che «l’America colonizza» e «a pagare sono sempre i poveri». Avvenire, più sottile, concede che il soccorso è «doveroso» ma lo processa per «due pesi e due misure». Da sponde opposte, sospettano degli Stati Uniti proprio mentre tirano fuori dalle macerie sopravvissuti e cadaveri. Vediamoli, questi colonizzatori. Washington ha mandato oltre 250 soccorritori, tre squadre di ricerca da Virginia, California e Florida, con diciotto cani addestrati alle macerie. Aerei C-17, gli Osprey dei Marines, le navi Fort Lauderdale e Billings, i Chinook, le immagini della Space Force sui crolli. Starlink ha riacceso gratis le comunicazioni.E 150 milioni di dollari: cinquanta a organizzazioni con un nome e un volto — World Vision, Samaritan’s Purse, la cattolicissima Catholic Relief Services — e cento al fondo umanitario dell’Onu. Hanno assicurato che ne arriveranno altri. «A pagare sono sempre i poveri», scrive Repubblica. Vero. Pagano da trent’anni. Pagano da quando il Paese con le maggiori riserve di petrolio del pianeta è stato svuotato da una rivoluzione che ha blindato il consenso invece di costruire ospedali, codici antisismici, una protezione civile. Il sisma non ha causato il disastro: ha tolto al chavismo l’ultimo alibi, mostrando l’assenza di un governo. Otto milioni di emigrati, l’esodo più grande del continente, l’iperinflazione, gli scaffali vuoti: ecco il conto, che hanno pagato i poveri. E i prigionieri politici, in cella con l’accusa di osteggiare il regime? Da quando gli americani, anche per loro, hanno catturato Maduro a gennaio, ne è uscita metà. Degli altri, dopo il sisma, non si sa più nulla. “Colonizzazione” è parola curiosa in bocca a chi non la usò quando il Venezuela lo amministravano gli altri. Per vent’anni L’Avana ha gestito intelligence, sicurezza e “medici”, pagati in greggio scontato. Quella era solidarietà. I cani da soccorso americani sono imperialismo. Lo stesso vale per i soldi: il petrodollaro americano è veleno, ma le linee di credito di Mosca, gli affari con Pechino, i proxy degli ayatollah – l’asse che con il traffico di armi ha retto il regime – erano, al peggio, comprensibili.Si critica l’aiuto non perché nuoce ai venezuelani, ma perché arriva dalla sponda sbagliata. E il petrolio, l’ossessione di chi grida alla rapina? Il greggio confluisce su un conto controllato da Washington, e paga stipendi pubblici e forniture mediche in Venezuela. Perfino il “bottino” tiene in piedi lo Stato che il chavismo ha svuotato. Resta Avvenire, e il suo rigore sulla selettività. Lo smantellamento di UsAid sarebbe l’«emblema tragico» di un’America avara di umanità. Ma 50 milioni a partner verificati e 100 all’Onu non sono assenza di aiuto: sono aiuto mirato, non a pioggia, pagato con i soldi dei contribuenti americani, con tanto di rendiconto. E se al Myanmar terremotato Washington stanziò 9 milioni e ai Caraibi dell’uragano Melissa 37, i 150 di Caracas – con squadre, navi e una catena logistica – provano il contrario: l’America le risorse enormi le muove, quando decide. E la selettività denunciata è quella di ogni potenza, da sempre. Per capirlo basta abbassare lo sguardo sulla stessa prima pagina: Giovagnoli ricorda De Gasperi che a Parigi, nel 1946, implorò dai vincitori «respiro e credito» per l’Italia. Da quell’umiltà, e dalla convenienza di contenere il comunismo, nacque il Piano Marshall: l’aiuto più «selettivo» della storia, riservato all’Europa anti-sovietica per ragioni geopolitiche, e insieme, per la salvezza dell’Italia. Era strategico e umanitario insieme. Chi venera Marshall non può scandalizzarsi per Caracas. Il bambino sotto le macerie non viene tirato fuori con meno forza perché è conveniente geopoliticamente. È questo che le anime belle non sopportano: contano i motivi, mai i risultati. Preferiscono un popolo sotto la maceria giusta a un popolo salvato dalla mano sbagliata. Trent’anni di rovina chavista non meritano una riga; il soccorso, invece, tutta la diffidenza. Nel caso migliore è il narcisismo di chi può permettersi di non pensare alle vittime per parlarsi addosso; nel peggiore, dimostra un’affinità culturale con i nemici dell’Occidente.
Quelli che... Trump sbaglia anche se aiuta chi sta male | Libero Quotidiano.it
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