Luisa Rizzo, 23 anni, convive con l’atrofia muscolare spinale e «decolla» davvero ma con un visore sugli occhi e un drone da gara. La malattia neuromuscolare non le ha impedito di diventare una delle migliori pilota di questi velivoli al mondo. E ai ragazzi come lei dice: «Provateci sempre. Conta la mente, non il corpo»
E chi l’ha detto che con la Sma non si può volare? Luisa Rizzo vola. Veloce. Velocissima. Non su un aereo, né su un simulatore. Vola a 200 chilometri all’ora attraverso visori immersivi, tra curve impossibili, ostacoli sospesi e traiettorie da memorizzare al millesimo di secondo. Vola con un drone da corsa, uno di quelli che si guidano come se gli occhi del pilota fossero montati direttamente sul velivolo. A 23 anni, Luisa Rizzo, pugliese, studentessa al Dams di Lecce, convive dalla nascita con l’atrofia muscolare spinale (Sma), una malattia genetica che colpisce i motoneuroni e riduce progressivamente la forza muscolare. Eppure è diventata una delle migliori pilota di drone racing al mondo. Sei titoli italiani, un bronzo mondiale e soprattutto un oro conquistato nel 2024. «Quando ho iniziato non mi aspettavo grandi cambiamenti», racconta. «L’obiettivo era semplicemente mantenere la mobilità delle mani e delle dita». Invece è successo qualcosa di più. «Dopo qualche mese ho ricominciato a fare piccoli gesti che avevo perso. Mettermi il cappellino in testa, sistemarmi gli occhiali. Per molti, sono cose normali. Per me, erano conquiste importanti». La diagnosi è arrivata da bambina, dopo un percorso di esami e accertamenti che ha portato la famiglia a cercare centri specializzati. Da oltre due decenni Luisa è seguita dagli specialisti dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Negli ultimi anni, il suo percorso di cura si è intrecciato anche con quello dell’Associazione La Nostra Famiglia di Bosisio Parini (Lecco) e con il lavoro degli specialisti del centro di Brindisi. Una rete assistenziale che accompagna la sua quotidianità insieme alla fisioterapia e all’attività sportiva. Il drone entra nella sua vita quasi per caso, grazie alla passione del padre. All’inizio è un gioco condiviso, un modo per divertirsi. Poi diventa una sfida tecnica e sportiva. Infine qualcosa di ancora diverso. Una forma di allenamento che coinvolge mani, riflessi, concentrazione e capacità di pianificazione. Luisa si allena con costanza, da più di 10 anni. Nel frattempo sono arrivate anche le nuove terapie, che hanno cambiato la storia naturale della Sma. Lei non ha dubbi sul fatto che il beneficio derivi dalla combinazione di più fattori. «Quando ho iniziato il farmaco mi dissero: non aspettarti miracoli. Però, se lo accompagni con l’attività fisica, può aiutarti a mantenerti stabile. Credo che allenarmi abbia fatto la differenza». La sua settimana è un mosaico di fisioterapia quotidiana, controlli medici, allenamenti, trasferte internazionali e un’altra passione sportiva: il calcio in carrozzina elettrica. Gli impegni non mancano. Neppure le difficoltà logistiche. «Quando viaggio porto sempre con me tutta l’attrezzatura necessaria per la respirazione. Organizzare uno spostamento richiede autorizzazioni, permessi e tanta attenzione. Però ci siamo abituati». Nel drone racing, però, la carrozzina scompare. Restano la pista, il cronometro e la capacità di prendere decisioni in una frazione di secondo. Le gare assomigliano poco all’idea tradizionale di aeromodellismo. I piloti indossano visori che trasmettono in tempo reale le immagini riprese dal drone e affrontano percorsi complessi, pieni di porte, curve strette, salite e discese. La velocità è solo una parte della sfida. Servono precisione, strategia. Conta soprattutto quella che i piloti chiamano «memoria muscolare». «Molti mi chiedono come facciamo a vedere dove stiamo andando. In realtà non lo vediamo davvero. Lo sappiamo. Dopo tanti allenamenti il movimento diventa automatico. Il corpo ricorda tempi, traiettorie e correzioni». Quando vola, Luisa descrive una sensazione particolare. «Entro in una bolla. Se tutto procede come previsto, vado quasi in automatico. Mi accorgo di ciò che succede intorno, solo quando c’è un imprevisto». È forse per questo che definisce spesso il drone un’«estensione» del proprio corpo. Ma in tutto questo non c’è nulla di «eccezionale» o di «eroico». Anzi: «Mi dà fastidio quando si parla degli atleti paralimpici, come se fossero esseri speciali. Sono persone normali, che hanno inseguito un obiettivo». Lo stesso vale per lei. Dietro le medaglie ci sono ore di allenamento, errori, delusioni, tenacia. Oggi guarda al futuro con realismo. Sa che la ricerca sta facendo passi avanti importanti, ma conosce anche i limiti attuali delle terapie. «I miracoli non esistono. Mi auguro che si continui a lavorare, per rallentare sempre di più la progressione della malattia e soprattutto per migliorare la gestione delle complicanze respiratorie». Se dovesse lasciare un messaggio a un ragazzo con una malattia neuromuscolare, sarebbe semplice: «Provateci sempre, conta la mente non il corpo. Magari andrà male, magari no. Ma restare a casa, pensando di non poter fare nulla, è l’unica sconfitta sicura». Poi sorride. E torna a raccontare dei suoi droni, delle prossime gare, dei progetti cinematografici a cui collabora come pilota di riprese aeree. Perché la sua storia, in fondo, non parla solo di una malattia. Parla di opportunità.









