Dimenticare i vertici Nato, i dispacci cifrati, le crisi diplomatiche. La vera tenuta della nostra alleanza atlantica si misura su un unico, decisivo parametro: l’invito per la festa dell’ambasciata americana, il 2 luglio. Finché quel cartoncino avorio atterra sulle scrivanie giuste, l’Italia può continuare a dormire sonni tranquilli.

La geopolitica è materia complessa. Ma a Roma basta un ricevimento sul prato di Villa Taverna per sospendere ogni contrasto. Le tensioni di Meloni con Trump, i voli verso l’Iran, i dazi evaporano davanti alla più antica liturgia capitolina: esserci. È il trionfo della diplomazia da buffet. Gli hamburger celebrati dal ministro Crosetto acquistano una forza simbolica superiore a molti comunicati congiunti e una fotografia a stelle e strisce vale quanto un vertice bilaterale.

Se persino Rocco Casalino rivendica con orgoglio il pass in qualità di direttore di una trascurabile testata online, significa che Villa Taverna è ecumenica. Il racconto del proprio ruolo vale più del ruolo stesso.È questa la raffinata pedagogia della Città Eterna. Ogni crisi internazionale può essere ricomposta, ogni incidente diplomatico smussato. C’è una sola sanzione temuta: non comparire nella lista degli invitati. Perché, nella capitale delle terrazze, l’esclusione pesa più delle baruffe in politica estera.