di
Gaia Piccardi
Intervista al numero 10 del mondo, finalista al Roland Garros: «Sono un freddo a cui piace essere notato, parlo più di calcio che di tennis. Matilde mi ha scelto quando non ero nessuno»
Molti chilometri a valle della montagna Sinner, scorre la storia di Flavio Cobolli, il romano nato a Firenze che ha mantenuto l’Italia in una finale del Grande Slam: a Parigi, tre settimane fa. Nel torneo del crollo fisico di Jannik, la generosità e l’esuberanza atletica di Flavio hanno costretto in campo il tedesco Zverev per cinque set, quattro ore e sedici minuti. «Una vicenda che è stata più che tennis» racconta lui da Londra alla vigilia di Wimbledon, reduce dall’apparizione come Gran Messere alla finale del calcio storico fiorentino tra Rossi di Santa Maria Novella e Azzurri di Santa Croce: «La parte materna della famiglia è toscana: a Firenze sono legato, ho il giglio tatuato sulla schiena».
Da fresco numero 10 del mondo, cambiano obiettivi e priorità. Questi sono i sogni di un 24enne d’anima antica e gusti moderni, impegnato con il padre Stefano, che lo allena, ad esplorare il suo potenziale nell’era Sinner, cioè il tempo del predestinato derapato dallo sci al tennis. Anche Flavio sembrava indirizzato ad altro: da terzino, lo seguiva Bruno Conti nelle giovanili della Roma, dove ha conosciuto Edoardo Bove, il suo angelo custode.







