Le alluvioni del 2023 e del 2024 che hanno sconvolto l'Emilia-Romagna, tra i vari danni causati, hanno sommerso per diversi giorni interi campi di cereali e distrutto gran parte dei raccolti agricoli. Da qui, è sempre più evidente la necessità di coltivare varietà di frumento e orzo che, nel tempo, hanno dimostrato di sapersi adattare a specifici stress ambientali. Così, l'idea di studiare il dna di queste piante per capire come e dove possono aiutarci per salvare l'agricoltura italiana non è più una fantasia, ma la sfida di questi tempi per evitare che la crisi climatica comprometta per sempre la produzione di interi regioni e territori compromettendo anche e il sostentamento delle persone che lì abitano e lavorano.Tra le persone impegnate in questa sfida c’è Leonardo Caproni, ricercatore in genetica agraria della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. La “lettura” del dna delle piante coltivate è fondamentale per capire come si sono adattate agli ambienti più difficili e usare quella stessa conoscenza per rendere l’agricoltura più resiliente a un clima più caldo. Wired Italia ha intervistato Caproni per scoprire fino a che punto la genetica può aiutare e quali condizioni vanno poste perché non crei o accresca disuguaglianze.La soluzione è scritta nei geniIl riscaldamento globale non è solo sinonimo di temperature più alte, in agricoltura. “L’impatto maggiore lo hanno principalmente gli eventi estremi come le ondate di calore sì, ma anche i cali di temperatura anomali, le siccità e i fenomeni piovosi estremi che possono sommergere i campi”, spiega Caproni.Il suo lavoro consiste nel trovare “la soluzione pronta”, cercandola in natura. Ovvero ricercare se e dove esistono già piante capaci di resistere a queste condizioni. La buona notizia è che ci sono e si possono scovare studiando varietà locali antiche, come quelle coltivate tutt'oggi da piccoli agricoltori in Africa e in altre aree del mondo. Queste varietà si sono adattate per secoli a condizioni difficili. Studiare il loro dna significa capire il segreto e le mutazioni che hanno reso certe piante in grado di resistere alla siccità, agli allagamenti o alle malattie.“Se si trovano i geni responsabili che l’ambiente ha naturalmente selezionato adattandosi a certe condizioni climatiche, con il fondamentale contributo degli agricoltori che le hanno conservate e selezionate e che ancora oggi usano, sarebbe poi possibile replicare queste ‘versioni’ di geni speciali in altre varietà. Sostituendo versioni di questi geni con le loro varianti resistenti , si accelera l’evoluzione di ciò che si coltiva”, spiega Caproni. Non si inventa nulla di nuovo: si trasferisce quello che la natura ha già prodotto altrove per aiutarla ad adattarsi a cambiamenti climatici veloci. Troppo veloci, più veloci della sua capacità di evoluzione.Questo tipo di interventi è possibile ovunque, ma in alcuni paesi è particolarmente urgente perché possono valere la vita e la sicurezza di intere popolazioni gravemente colpite da eventi estremi. Caproni lavora prevalentemente in Africa e racconta di agricoltori messi di fronte a una scelta forte: “Continuare a utilizzare varietà locali tradizionali, ma non adeguate al nuovo clima o sostituirle sistematicamente con altre varietà? La genetica può offrire una terza via – spiega Caproni –. Si tratta di un’alternativa alla narrativa del ‘seme magico’, che non solo presuppone la sostituzione delle varietà locali, ma rappresenta anche una soluzione difficilmente accettabile per le comunità agricole. Queste varietà, infatti, sono altamente tecnologiche e spesso sviluppate per contesti e utilizzi molto diversi; per questo, quando vengono introdotte in sistemi agricoli di sussistenza, non hanno mai dato risultati soddisfacenti e difficilmente potranno farlo in futuro”.Dna al servizio della biodiversitàGuardando agli orizzonti moderni offerti dalla genetica, la protezione della biodiversità sembra la priorità. Ma non è sempre stato così. Ad ammetterlo è Caproni stesso raccontando i tempi della rivoluzione agricola, quando comandava la logica della massima produttività: “La ‘rivoluzione verde’ nei venti anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale ha contribuito a sfamare centinaia di milioni di persone, ma ha anche contribuito alla sostituzione sistematica di un numero molto elevato e difficilmente stimabile di varietà locali con pochissime varietà uniformi – racconta Caproni –. Abbiamo perso una grandissima porzione di agrobiodiversità, ma le varietà sopravvissute finirono per essere conservate in banche del germoplasma (dove vengono conservati i semi, ndr), sparse nel mondo: centinaia di migliaia di campioni nei frigoriferi, in attesa”.In attesa di cosa? Di una svolta scientifica e politica. Prima prevaleva la logica del “se la pianta non si adatta, modifichiamo l’ambiente attorno”, irrigando, drenando, correggendo le condizioni al contorno. Oggi con la crisi climatica, tutto è diventato più imprevedibile e l’approccio vincente è diventato quello di “disegnare una varietà su misura per l’ambiente in cui è utilizzata, comprendendo le modifiche che la natura stessa ha selezionato insieme agli agricoltori altrove per rispondere a simili sfide”.Il potere dei geni, la saggezza delle regoleSembrerebbe un approccio “copia e incolla”, ma per farlo nel modo corretto, con successo e senza rischi naturali e sociali i ricercatori studiano da anni tecnologie di evoluzione assistita. Note come Tea, si distinguono dagli ogm perché non viene inserito materiale genetico estraneo, ma si replicano mutazioni già avvenute in natura e si passano tra individui della stessa specie e di specie compatibili. “Nonostante la chiara differenza di approccio, il dibattito resta molto polarizzato. Le radici della diffidenza sono comprensibili: con gli ogm, l'inserzione del dna poteva avvenire in posizioni non prevedibili del genoma. Oggi, dopo decenni di ricerca, con le Tea non è più così – spiega Caproni –, bisogna lavorare molto sulla comunicazione. Ma il problema più urgente è la regolamentazione”. Non tanto per non “creare mostri” quanto per impedire che si creino disuguaglianze tra ricchi e poveri laddove non ne esiste ragione.“Le Tea sono tecnologie relativamente poco costose da applicare, la barriera quindi non è economica, ma burocratica – precisa Caproni –. Se si rende il sistema regolatorio molto oneroso, solo poche compagnie potranno permettersi di usare questa tecnologia”.Università pubbliche, cooperative agricole, istituti di ricerca africani rischiano di restare fuori dal processo, assieme a tutti quei soggetti che lavorano su scala locale, con varietà locali, per gli agricoltori che più ne hanno bisogno.La battaglia per l’equità si gioca sul piano normativo. Una tecnologia nata per distribuire resilienza finirebbe per concentrare potere. Le stesse sementi migliorate con conoscenze tratte dalla biodiversità africana potrebbero tornare in Africa sotto forma di prodotto commerciale, controllato da pochi, inaccessibile ai più. “È fondamentale che le regole permettano a tutti di giocare allo stesso tavolo – dice Caproni –, solo così le Tea serviranno davvero all’agricoltura globale e non diventeranno l’ennesimo strumento di dipendenza a danno dei paesi più vulnerabili”.Algoritmi bussola, mai oracoloIn questo lavoro di miglioramento genetico, anche l’intelligenza artificiale ha un ruolo, ma preciso e limitato. “Può permettere di prevedere quali combinazioni di varianti genetiche saranno più adatte per una varietà coltivata tra trent’anni e guidare le decisioni per il miglioramento genetico che ha tempi estremamente lunghi – prosegue il ricercatore –. Ma non ci si affida mai a strumenti che funzionano come black box. I modelli usati sono interpretabili, si capisce perché suggeriscono una certa direzione e il ricercatore mantiene il controllo delle scelte. L’algoritmo orienta, non decide”.Anche la genetica vegetale e le Tea, così come l’intelligenza artificiale applicata ai genomi, restano sempre e comunque strumenti potenti, ma restano strumenti. Quello che determina se serviranno a tutti o a pochi non è la tecnologia in sé, ma le scelte politiche che ne governano l’accesso.E quelle scelte si stanno facendo adesso. Il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sulle tecnologie di evoluzione assistita, aprendo la strada a un loro utilizzo più diffuso in agricoltura. La sfida non è più se adottarle, ma garantire che siano accessibili anche alla ricerca pubblica e agli agricoltori, evitando che i benefici dell’innovazione si concentrino, come spesso accade, nelle mani di pochi.
Nel dna delle piante c'è la soluzione per continuare a coltivare in epoca di crisi climatica
Grazie alla genetica agraria diventa possibile identificare ciò che rende alcune piante più resilienti a un certo clima e usarlo per migliorarne altre. Una sfida che riguarda anche l'Italia
Ricercatore Sant'Anna Pisa estrae dalle varietà africane i geni che garantiscono resistenza naturale a siccità/allagamenti, replicabili via Tea senza inserire DNA estraneo. Per manager tech/AI, questo segnala come genomica applicata diviene infrastruttura critica di food resilience, con shift verso assisted evolution e implicazioni normative vs OGM.








