Non è facile intercettare la traiettoria di Caterina Barbieri, indaffarata com’è a tessere trame musicali e relazionali lungo quel triangolo scaleno, inaspettato e intrigante, formato da Berlino, dove vive, Bologna, dove è nata, e Venezia, dove da due anni dirige la Biennale Musica. Giovane compositrice di musica elettronica sperimentale riconosciuta e celebrata a livello internazionale, Barbieri è stata da poco a Parigi, dove ha debuttato con Non puoi contare l’infinito, commissionato dalla Philharmonie de Paris e che porterà anche al festival internazionale di musica contemporanea della Biennale 2026 (10-24 ottobre). Wired ha intervistato Caterina Barbieri in occasione del numero del magazine L’Italia che verrà, che racconta alcuni dei leader del futuro.È proprio a Venezia che riesco a “fermarla” per l’intervista. Il titolo scelto per la sua seconda edizione (quello del festival 2025 era La stella dentro) è Il bambino di suono. Nel presentarne il programma, Barbieri ha parlato della musica come di “uno strumento di purificazione e guarigione fin dall’infanzia”, affermando che il compito dell’artista è di “condividere e offrire alla collettività il potere terapeutico e salvifico della musica”.Anche quest’anno la sua curatela, caratterizzata da scelte con le quali ha aperto le porte a una generazione di musicisti audaci e interessanti, mostra un’attenzione particolare verso stelle femminili: dopo il Leone d’Oro del 2025 alla pioniera Meredith Monk, quest’anno il Leone d’Argento andrà alla canadese Sarah Davachi, appartenente alla nuova generazione di compositrici che lavorano all’intersezione tra musica elettronica e acustica.“Trovo importante anche sostenere la scena italiana”, mi dice da una stanza d’albergo invasa dalla potente luce lagunare, “dove alcune artiste – due su tutte Marta De Pascalis e Aimée Portioli, conosciuta anche come Grand River – stanno facendo cose molto interessanti”.Caterina Barbieri