«La missione della Biennale è essere una piattaforma che supporta l'avanguardia, la sperimentazione dei linguaggi. E questo non può avvenire in uno sguardo unico su un mondo come quello della musica contemporanea, che è per forza di cose legato a un mondo accademico, elitario, chiuso, conservativo». Caterina Barbieri, 35 anni, è la nuova direttrice della Biennale Musica di Venezia. «Ma la musica vive di contaminazioni: accostare generi e culture può aprire nuove connessioni, creare un cortocircuito, che ci fa uscire dalla nostra zona di conforto e spingere lo sguardo oltre l'orizzonte del conosciuto». A cominciare dall’inizio, questo sabato, quando un corteo di barchini, ciascuno con il suo impianto audio, attraverserà i canali della città per dar vita a un concerto davanti all’Isolotto dell’Arsenale. Folk e digitale, festa pagana e cerimonia religiosa, la performance di Chuquimamani-Condori e dal fratello Joshua Chuquimia Crampton incarna molti dei temi che poi si ritroveranno nel ricco cartellone di questa Biennale.

«L’idea è che la musica possa ridiventare un atto partecipativo – spiega Caterina Barbieri – non solo consumo ma un’esperienza trasformativa e collettiva. Per questo ci happening, installazioni immersive, concerti che durano anche tre ore (Alexi Perälä), o lo show di Star Chamber, che ha una struttura molto diversa dal classico spettacolo. E per questo ho voluto creare l’LSD Center: uno spazio informale con un bar, sessioni di ascolto, incontri e talk. È un luogo liminale, dove pubblico, e artisti possono incontrarsi in modo spontaneo». L’acronimo sta per La Stella Dentro, lo slogan di questa Biennale che come mai prima dialoga con la città: il compositore americano William Basinski reinventa la sua Garden of Brokeness per pianoforti a coda, percussioni e motori di vaporetto, Fennesz propone una nuova versione di Venice, piccolo gioiello glitch, l'ensemble Graindelavoix nella chiesa di San Lorenzo mette in dialogo Guillaume de Machaut con Kurtág, Ligeti, Xenakis. E ancora, il giapponese Yosuke Fujita usa acqua, organi autocostruiti e microfoni, in una performance che comprenderà anche un rito di condivisione dell’acqua. “È un lavoro pensato specificamente per Venezia – spiega Barbieri – che nasce dalla sua identità acquatica e la trasforma in suono”. Di più: «Ci sarà un concerto in un’isola segreta, dove il pubblico non conoscerà la destinazione né la line-up. Sarà un viaggio mistico, con rivelazioni musicali inaspettate. Volevo restituire un contatto con l’anima vera di Venezia, che non sempre emerge nella città segnata dal turismo. La laguna, invece, conserva una vitalità autentica».