“La musica di Meredith Monk esiste nello stesso spazio che La Stella Dentro si propone di esplorare: un universo vivo in continua metamorfosi, che non si lascia imbrigliare da categorie storiche, e che appare al tempo stesso arcaico e radicalmente innovativo”, ha detto Caterina Barbieri consegnando il Leone d’oro alla carriera a Meredith Monk. L’abbraccio tra la compositrice americana e la direttrice artistica della Biennale Musica è un segno di affetto e un gesto di riconoscenza intellettuale, ma è anche la rappresentazione concreta di quel dialogo tra generazioni che è uno dei temi portanti di questa edizione.

Il concerto

“È importante che a dirigere una rassegna come la Biennale ci sia una persona che sa cosa vuol dire creare musica”, aveva detto la stessa Monk, sabato scorso, dal palco del teatro Malibran, dove ha tenuto un concerto straordinario. Poco più di un’ora di virtuosismi vocali inarrivabili, melodie elementari ma toccanti, coreografie minimali. E dentro, riflessa, la New York dell’avanguardia storica, il punk di Patti Smith, le sperimentazioni di Laurie Anderson, i balletti di David Byrne.

Profondissima e insieme leggerissima, Meredith Monk non si prende sul serio come fa tanta parte dell’avanguardia di ieri e di oggi: “Mi piace pensare a un concerto come a un buon pasto, con antipasto, portate principali e dessert”, racconta. “Amo lavorare con Katie Geissinger e Allison Sniffin: le loro voci sono uniche e magiche. Ogni persona ha un solo momento tutto suo, e questo rende il lavoro profondo. Ho capito che i miei concetti, i costumi, le scenografie sono solo l’aspetto esterno: il vero contenuto sono le persone, il modo in cui si comportano”.