Il dipinto a olio del 1919 di William Orpen The Signing of Peace in the Hall of Mirrors, Versailles, 28 June 1919. A fianco, Gastone Breccia, docente di Storia militare a Pavia"Creano un deserto e lo chiamano pace". Spetta al celebre monito di Tacito (che aveva immortalato con poche parole l’aggressiva politica di Roma) alzare il sipario su una verità assai scomoda: la storia umana non è che un susseguirsi di guerre intervallate da accordi più o meno duraturi. Lo sa bene Gastone Breccia, docente di Storia militare all’Università di Pavia e autore del saggio A patti con il nemico. Storia del mondo in 30 trattati di pace, edito da Marsilio, che ha scelto di cimentarsi con gli accordi di pace che a suo parere hanno cambiato il mondo: dalla "pace per l’eternità" siglata tra Ramses II e gli Ittiti fino alla controversa firma di Doha con i Talebani. "La pace non è uno stato di natura, ma un pactum – sottolinea Breccia – un’invenzione fragile, una scelta condivisa tra vecchi nemici che decidono di sospendere l’uso della forza". E ha mille sfaccettature: può essere imposta per preparare nuove conquiste o equilibri faticosi; oppure, si legge ancora nel saggio, è un passaggio che può voler significare "stringere la mano al diavolo". Ma, questo è il pregio del saggio, l’autore ci svela soprattutto l’anatomia di "un miraggio". Soprattutto in un’era di disordine globale e di "guerre ibride" che prevedono uno stato di ostilità incessante non dichiarata ufficialmente e che, proprio per questo, non possono concludersi attraverso un tradizionale trattato di pace.