Pistoia, 28 giugno 2026 – La pietra, oppure il legno. Quale che fosse il materiale il messaggio restava lo stesso: “di poesia, di amore e di stupore. E anche di una leggera malinconia. Soprattutto abbraccio di pace e di umanità”. Ma tra le mani ruvide e sapienti di Giuseppe Gavazzi, che diremmo quasi “nate imparate”, sono passati anche il cemento, il gesso, il marmo, il bronzo, a sperimentare, ricercare, in quel desiderio mai sazio di tradurre il quotidiano, arrivando ai grandi e potenti temi della maternità, dell’infanzia, interminabile filo conduttore del suo dare forma.

Quante monumentali umanità uscite dalle sue mani, il suo esercito scolpito che oggi torna a sfilarci davanti come fosse di famiglia al sentir pronunciare il suo nome, Giuseppe Gavazzi, oggi che lui non c’è più. Avrebbe compiuto 90 anni a settembre, Gavazzi, la quasi totalità trascorsi a convivere con una bellezza che tocca a pochi, pochissimi vedere da vicino: suoi il bisturi, la spatola e i pennelli che hanno restituito vita a capolavori di Giotto, di Benozzo Gozzoli, del Lorenzetti, del Martini. Perché Gavazzi prima di tutto – o forse in quel tutto e basta che finiva col confondersi, amalgamandosi – è stato raffinato restauratore, con un intenso lavoro che l’ha portato perennemente in giro, con un rapporto particolarmente solido con Siena, città nella quale per altro si è svolta l’ultima mostra a lui dedicata nel 2023.