Tra esplorazione botanica e percorso iniziatico, il diario di viaggio di Chris Thorogood nelle foreste pluviali del sud-est asiatico alla ricerca delle più rare, pressoché introvabili, specie della bizzarra Rafflesia – una pianta parassita che compie gran parte del suo ciclo di vita all’interno dei tessuti di una liana, per poi produrre boccioli grandi come un pallone da calcio e giganteschi fiori impudenti che simulano l’odore di un cadavere per attrarre le mosche impollinatrici – si configura come una quête al seguito di un’ossessione.
Fanatico fin dall’infanzia del mondo vegetale, Thorogood è un esperto di enigmi botanici, studioso di base all’orto botanico di Oxford di piante parassite: più o meno l’1% di tutte quelle a fiore che, spesso prive di foglie, magari hanno smesso di compiere la fotosintesi.
Per costoro, Thorogood reclama una collezione vivente, che a oggi manca, a tutela di una sopravvivenza sempre più precaria, minacciata dall’incalzante distruzione degli habitat e, nel caso della Rafflesia, dall’estrema difficoltà di coltivarla negli orti botanici, o di conservare i semi recalcitranti nelle apposite banche. Considerando che delle foreste pluviali delle Filippine, ancora un secolo fa distese su gran parte del territorio, oggi resta meno del 10%, dove vive però circa il 5% delle specie vegetali esistenti al mondo – una straordinaria biodiversità in gran misura riconducibile a un passato geologico che ha confinato nelle diverse isole specie separate destinate a vivere vite diverse – e dato che, per quel che se ne sa, nelle sue montagne resistono ancora un numero di specie di Rafflesia maggiore che in qualsiasi altro luogo, si trattava di studiarla in natura, individuarne la presenza al seguito di improbabili avvistamenti, mapparne i siti finalmente individuati nelle foreste più impraticabili per proteggerli, insistere nella complessa alchimia di saperi e pratiche locali per tentare di riprodurla.








