La notizia della nuova positività di Alex Schwazer, giunta dopo il suo ritorno alle competizioni e dopo la vittoria nella 42 chilometri di marcia di Kelsterbach, in Germania, offre l’occasione per tornare a riflettere sul fenomeno del doping, sulle sue implicazioni nel nostro presente. Non intendiamo, quindi, infilarci nella vicenda giudiziaria, né tantomeno nella questione morale, rispetto alla quale, con tempestività fulminea, diversi attori del mondo sportivo (e non solo) non hanno sciupato la ghiotta occasione di accusare qualcuno per farsi loro stessi splendidi paladini. Non ci addentreremo nemmeno nella vicenda umana del marciatore, vicenda che, potremmo esserne quasi certi, appassionerà presto o tardi una folta platea di frementi spettatori, capitolo dopo capitolo, mistero dopo mistero.
Vorremmo invece provare ad allargare lo sguardo, tentando di ipotizzare le motivazioni che spingono oggi una persona (prima ancora che un atleta) a oltrepassare le possibilità “naturali” consentite al proprio corpo. La società della performance in cui siamo immersi induce innanzitutto a considerare e a valorizzare il risultato, ad aumentare la quantità di successi ottenuti, e al contempo ad escludere interamente il processo delle storie intime che danno senso profondo alle nostre vite. La società della performance esce dunque inevitabilmente dal perimetro sportivo: invita a eliminare il dolore fisico o la tristezza da giornate di lavoro interminabili, a compensare le oscillazioni emotive con pillole sintetiche, impone a chiunque di superarsi e aumentarsi «un altro poco, un po’ di più». In tal modo ciascuno di noi, qualunque professione svolga, sperimenta su scale diverse la parabola del dopato.















