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Lunedì il marciatore italiano Alex Schwazer è stato sospeso dall’agenzia nazionale antidoping tedesca, dopo che un test aveva rilevato nelle sue urine e nel suo sangue tracce di eritropoietina, una sostanza dopante e vietata, spesso abbreviata nella sigla EPO. È la terza volta che l’atleta non supera un test antidoping. La prima fu nel 2012, prima delle Olimpiadi di Londra, alle quali Schwazer si presentava da campione in carica nella 50 chilometri di marcia (aveva vinto l’oro a Pechino 2008) e tra gli atleti di punta della nazionale italiana; ammise di aver preso l’EPO, e fu squalificato per tre anni e mezzo.

Nel 2016 invece risultò positivo al testosterone in un controllo fatto il primo gennaio, di cui si seppe però solo a giugno, nemmeno due mesi prima delle Olimpiadi di Rio de Janeiro (il testosterone è un ormone che può essere usato per scopi dopanti). Quella volta Schwazer disse di essere innocente e vittima di un complotto: la giustizia ordinaria trovò varie prove a sostegno della sua tesi, parlando di manomissione delle provette, e lo assolse; la giustizia sportiva però lo condannò a 8 anni di squalifica.

Sembrò la fine della sua carriera. Poi però nel 2025, a 40 anni, tornò a gareggiare. Lo scorso 26 aprile ha vinto (migliorando il record italiano) la maratona di marcia a Kelsterbach, in Germania: proprio in quell’occasione a Schwazer è stato fatto il prelievo del campione positivo. Lunedì in una conferenza stampa Schwazer ha detto di essere innocente, ma che si limiterà a chiedere le contro analisi, senza difendersi come fatto nel caso del 2016: «A 41 anni non ho più la forza», ha detto.