«Oggi parole come verità o realtà sono diventate per qualcuno impronunciabili a meno che non siano racchiuse tra virgolette scritte o mimate», così Carlo Ginzburg apriva un saggio del 1988, Unus testis. Lo sterminio degli ebrei e il principio di realtà, poi raccolto nel volume Il filo e le tracce. Vero falso finto (2006). In quegli anni, durante l’esperienza di insegnamento negli Stati Uniti, aveva toccato con mano la diffusione di un nuovo scetticismo generato dalle teorie postmoderne e dal decostruzionismo.
La «verità» perdeva il suo carattere di certezza oggettiva e universale per diventare relativa, plurale, frammentata, legata da un lato ai linguaggi e alle rappresentazioni culturali, dall’altro al proliferare di soggetti che proponevano un proprio racconto del reale. Anche la ricerca storica ne era investita in pieno. Il tema del vero e dei fondamenti della conoscenza venne da quel momento ancora più in evidenza nella sua riflessione metodologica e nell’attività di ricerca.
A volte anche un po’ ingenerosamente, il principale bersaglio critico fu individuato in Hayden White, sostenitore dell’indistinguibilità tra narrazioni di finzione e narrazioni storiche, in nome di un comune connotato costruttivo e retorico. Sullo sfondo, però, sfruttando lo spazio aperto dal «neoscetticismo», ombre più inquietanti si allungavano: il revisionismo storico e il negazionismo dello sterminio degli ebrei, quelli che Pierre Vidal-Naquet aveva chiamato «assassini della memoria», e che per Ginzburg erano a tutti gli effetti assassini della storia.









