Se la storia fosse fatta di dichiarazioni, il 26 giugno 2026 sarebbe un giorno memorabile: il Libano riconosce Israele e Israele assicura di non avere ambizioni territoriali in Libano. I due paesi escono formalmente dallo stato di belligeranza.
Una condizione in cui sono dalla loro nascita, da circa ottant’anni. Ma la storia è fatta anche di dettagli. Che nell’accordo-quadro firmato a Washington mancano quasi del tutto.
C’è è una cornice, tutta americana, confezionata con un occhio alle elezioni israeliane di ottobre e uno a quelle di medio termine negli Stati uniti di novembre. Quello che non c’è è il contenuto nella cornice. Perché il cuore dell’accordo, il cosiddetto «allegato di sicurezza», deve ancora essere scritto: le parti hanno firmato un’intenzione ma i dettagli verranno dopo, con gli americani seduti al tavolo.
La sequenza prevista è questa: primo, il disarmo di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statuali e delle loro infrastrutture. Secondo, il ritiro progressivo israeliano dal territorio libanese, a partire da «zone pilota». Terzo, l’esercito libanese diventa progressivamente l’autorità effettiva in quelle zone, poi nell’intero paese. Quarto, arrivano i soldi della ricostruzione (ma non iraniani) e la gente torna a casa. Sulla carta, ha una sua logica. Sul terreno, ha almeno tre buchi enormi.










