Pollice all’ingiù per Joseph Aoun e Nawaf Salam, rispettivamente presidente e primo ministro del Libano: sintetizza così quello che pensa dei due Ahmad B., un giovane che lavora in un minimarket a Burj el-Brajneh, nel cuore della Dahieh, la periferia sud di Beirut fortemente colpita in questi due anni e mezzo di guerra in Libano. Alle spalle due immagini di un sorridente Hassan Nasrallah, numero uno di Hezbollah ucciso in un violentissimo bombardamento israeliano il 27 settembre 2024.

«È INNEGABILE che Netanyahu abbia compiuto un’impresa nel 2024. Le cose sono un po’ diverse adesso. Questa volta siamo entrati in guerra non per aiutare l’Iran, ma perché l’Iran ci aiutasse – dice senza enfasi – e adesso non ce ne staremo con le mani in mano. Abbiamo raggiunto dei risultati importanti e abbiamo messo in difficoltà l’esercito israeliano nel sud. Abbiamo anche fatto in modo che Beirut non venisse più colpita. Quest’accordo è una sconfitta». Venerdì sera in centinaia si sono riversati nelle strade nella Dahieh, molti i caroselli sui motorini in centro città. L’esercito libanese ha disperso i manifestanti che avevano bloccato Tariq el-Matar, la vecchia strada che da Beirut est porta all’aeroporto Rafiq Hariri. «Salam e Aoun sionisti!», uno dei tanti slogan contro il governo e i loro rappresentanti. «Un accordo nullo e privo di qualsiasi validità» ha messo in chiaro ieri il leader attuale del partito armato sciita Naim Qassem.