Chissà, seduto ieri sul divano di casa, Benyamin Netanyahu potrebbe aver pensato che, per una volta, è d’accordo con Naim Qassem. Secondo il leader di Hezbollah, il governo libanese venerdì, a Washington, ha fatto concessioni che legittimano un’occupazione israeliana a lungo termine del sud del Libano. Il ritiro israeliano dalla zona cuscinetto è subordinato al disarmo di Hezbollah. Il premier israeliano non poteva chiedere di più dopo la delusione cocente patita con l’accordo raggiunto da Stati uniti e Iran. Da Washington si attendeva un risarcimento e l’ha ottenuto. Ha messo a segno un gol importante nella partita mediorientale. Tuttavia, si prevede che Netanyahu non riuscirà a ricavare un vantaggio concreto, in termini di consensi, da questo risultato nella campagna elettorale già in corso in Israele, sebbene la data delle elezioni non sia stata ancora fissata. La sua immagine di Mr. Sicurezza è sbiadita e gli israeliani sembrano aver individuato nell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot il potenziale nuovo leader capace di coniugare l’uso della forza con un’onestà di fondo che molti proprio non scorgono nel premier in carica.
Eisenkot, 66 anni, figlio di immigrati ebrei marocchini, leader del partito Yashar (Dritto), è un outsider della politica, nella quale è entrato solo quattro anni fa. Possiede una qualità che piace alla maggioranza della popolazione israeliana: ha una vasta esperienza militare. Dopo mesi passati in retroguardia, nei sondaggi ha prima superato gli ex primi ministri Naftali Bennett e Yair Lapid, che si erano alleati nella convinzione di poter vincere, e subito dopo si è posto stabilmente davanti a Netanyahu nelle preferenze degli israeliani per la carica di premier. Il suo partito è ancora dietro al Likud di Netanyahu, però l’ex capo dell’esercito sembra in grado di formare una coalizione di partiti di centro e di destra e di spodestare l’attuale maggioranza di estrema destra religiosa. Eisenkot piace sempre di più anche a molti degli elettori che nel 2022 votarono Netanyahu, anche perché ha perso un figlio in combattimento a Gaza, un nipote il giorno dopo e, in seguito, un altro nipote. Sacrifici familiari che agli occhi degli elettori contrastano nettamente con i decenni di Netanyahu nelle più alte cariche dello Stato e con le accuse di corruzione che lo rincorrono. Non è marginale, peraltro, che Netanyahu, sino a oggi, non abbia mai riconosciuto le proprie responsabilità nel fallimento del 7 ottobre 2023, quando Israele fu colto di sorpresa dall’attacco di Hamas.











