Dubai. “Non rappresenti il popolo libanese”. Così il presidente Joseph Aoun, in un’intervista ieri alla Cnn, si è rivolto al leader di Hezbollah Naim Qassem. Poi è passato ai pasdaran iraniani: “State usando il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti: i nostri interessi non coincidono con i vostri”. Dichiarazioni che consolidano la dinamica che si sta delineando negli intricati negoziati diretti tra Israele e Libano a Washington: il governo libanese cerca di riappropriarsi della propria sovranità. Le dichiarazioni di Aoun riflettono il dibattito interno in Libano sul futuro del Partito di Dio. “Per molti anni, la critica a Hezbollah era confinata a specifici gruppi politici. Oggi attraversa tutte le comunità, persino una parte degli sciiti”. A parlare al Foglio, al telefono da Beirut, è Rickardo Chidiac, giornalista di Political Pen, piattaforma di informazione digitale diventata sempre più popolare negli ultimi anni, affrontando contenuti considerati tabù, come la critica all’influenza iraniana sul Libano. Chidiac nelle scorse settimane ha fatto la storia in Libano. Ha ospitato nel suo seguito show “Bi Arda” due cittadini israeliani di origine libanese: Maryam Younnes e Jonathan El Khouri, figli di ex combattenti dell’Esercito del sud del Libano, la formazione che ha combattuto con l’Idf fino al ritiro israeliano nel 2000. Furono evacuati con i famigliari e sono cresciuti a ridosso del confine libanese, ma dalla parte israeliana, in una doppia identità poco nota tra i loro coetanei di Beirut. L’intervista è diventata virale, perché si tratta anche di una scelta personale di coraggio, in quanto la legge libanese dal 1955 vieta qualsiasi contatto con cittadini israeliani. “Una legge folle”, l’ha definita Donald Trump quando ne ha scoperto l’esistenza ad aprile. La sua rimozione è uno degli argomenti sul tavolo a Washington. Chidiac ha deciso di sfidare la norma proprio dopo la dichiarazione del presidente americano, facendo da apripista per altre interviste ai due sul canale mainstream libanese Mtv. “Le reazioni sono state contrastanti”, racconta. “Alcuni l’hanno accolta come un’opportunità per affrontare un argomento delicato, anziché ignorarlo. Altri l’hanno criticata duramente, perché qualsiasi contatto con gli israeliani rimane controverso. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato il dibattito pubblico che ne è generato: la gente si è confrontata. Questo riflette come alcuni tabù nel dibattito pubblico libanese stiano gradualmente venendo messi in discussione”.Come stanno reagendo i libanesi al fatto che il governo sta parlando con Israele, mentre l’Idf è ancora presente nel sud? “Alcuni considerano i colloqui un passo necessario per garantire la stabilità, porre fine al fuoco e affrontare questioni irrisolte come la sicurezza dei confini e il ritiro delle forze israeliane. Altri rimangono profondamente scettici, per loro i negoziati sono accettabili solo se rimangono limitati agli accordi di sicurezza e non sfociano in una normalizzazione”. Secondo un recente sondaggio di Information International, con sede a Beirut, il sostegno per la pace con Israele è cresciuto dal 25 per cento dell’agosto 2025 al 49 per cento di maggio. Chidiac si spinge oltre, nella sua valutazione il 65 per cento dei libanesi sostiene una forma di normalizzazione con Israele, mentre la soglia di chi vuole vedere Hezbollah disarmato raggiunge l’80 per cento. “Dopo anni di crisi economica e guerra, c’è una forte volontà collettiva di stabilità, indipendentemente dall’affiliazione politica. Hezbollah conserva ancora una base di sostegno significativa, ma il dibattito si è evoluto da ideologico a pratico: sempre più persone si chiedono se il Libano possa ricostruirsi e attrarre investimenti mantenendo una struttura militare duale”.Motivo per cui non hanno provocato grandi proteste le azioni del governo per limitare la sfera di influenza di Hezbollah, come la messa al bando dell’ala militare e il divieto ai media di stato di usare la parola “resistenza” in riferimento al Partito di Dio. Ma la sfida è molto più ampia, spiega Chidiac, perché qualsiasi governo che cerchi di rafforzare l’autorità statale si trova di fronte a più ostacoli: c’è il piano del monopolio della forza e del disarmo di Hezbollah, quello della sua sfera di influenza politica con i suoi rappresentanti nelle istituzioni, inclusi gli alleati del partito sciita Amal che pure si pongono di traverso alla via diplomatica, anche se con meno insistenza rispetto al passato. E c’è l’influenza dell’Iran (il governo ha dichiarato l’ambasciatore iraniano a Beirut persona non grata, ma lui rimane lì).“Gradualmente” è una parola su cui Chidiac torna spesso. La cautela è dettata dallo spettro di una nuova guerra civile che potrebbe scaturire nel momento in cui l’esercito libanese si troverà ad affrontare Hezbollah, al posto dell’Idf. L’ultimo round di negoziati ha definito alcune aree pilota nel sud dove comincerà questo percorso. “La paura affonda le radici nella storia del Libano. Tutti qui ricordano la guerra civile che ha dilaniato il paese tra il 1975 e il 1990”. C’è anche la memoria dei leader libanesi assassinati, Bashir Gemayel e Rafiq Hariri. Motivi per cui una telefonata fra Aoun e Benjamin Netanyahu – su cui Trump insiste – è uno scenario improbabile per ora, secondo Chidiac. “Una telefonata diretta avrebbe un enorme peso simbolico sul piano politico e si scontrerebbe con significative sensibilità interne”. C’è bisogno prima di azioni concrete che costruiscano un consenso nazionale più ampio rispetto alle innumerevoli sfide, e una possibile pace con Israele sarebbe la fine di un percorso complesso. “Credo davvero che molti libanesi accoglierebbero con favore un futuro in cui i loro figli possano vivere senza guerra, sfollamenti o paura. Se quel futuro sarà possibile, dipenderà dalle decisioni politiche che tutte le parti prenderanno nei prossimi anni”.
Tra i libanesi sta venendo giù il tabù del disarmo di Hezbollah
“Non rappresenti il popolo libanese”, ha detto il presidente Aoun rivolgendosi a Naim Qassem. Il giornalista di Political Pen Rickardo Chidiac ci racconta da Beirut l’insofferenza verso il gruppo armato e le paure del passato














