Evidentemente indifferente al fatto che un top a righe orizzontali bianche e nere e una lunga gonna a pouf la possano rendere particolarmente voluminosa, Lena Dunham si presenta come una a cui le opinioni degli altri non interessano poi così tanto. Prima di rispondere alle nostre domande fa una specie di standup, come un’attrice comica che vuole far ridere il suo pubblico per sentirsi a posto, anche quando il bersaglio dell’umorismo è se stessa.
Nata e cresciuta a New York, figlia di due artisti, Dunham ha iniziato la sua carriera nel cinema prima con un corto e poi con un piccolo film indipendente intitolato Tiny Furniture: lo aveva girato in casa ingaggiando la madre tra i protagonisti. Venne accettato al Sundance Festival e, a soli 23 anni, si trovò sulla rampa di lancio di Hbo: ingaggiata per creare una serie che avesse l’appeal giusto per le ragazze della sua età. Nacque così Girls.
“Sex and the City raccontava storie di donne già professionalmente realizzate in cerca d’amore a New York”, racconta. “Ma prima di fare carriera, com’erano queste donne? Come vivevano, quando ancora non sapevano che cosa avrebbero fatto da grandi? A differenza della loro Manhattan, la mia New York non era glam. Io mi sono laureata durante la recessione e facevo parte di quella generazione che non si aspettava di vivere meglio dei propri genitori, era quella dell’instant messenger Aol e del Ritalin per l’attenzione, che aveva accesso alla pornografia per fare sesso. Mi consideravo femminista, ma non sapevo che fare con questa etichetta, né come politicizzarla. Ero troppo educata, sottopagata, ero una 23enne con una laurea in materie umanistiche. Il personaggio che avevo creato per me stessa, Hannah, poteva prendere droghe prescritte dai dottori e definirsi “la voce della propria generazione”: un’idea incredibilmente stupida che poteva solo venire a chi aveva seguito un corso di introduzione alla Poesia Beat. In realtà io, di quella generazione, non avevo alcuna voce”.








