Milano, 27 giu. (askanews) – Venissa presenta tre nuovi cru di Dorona e affida a Mazzorbo, Torcello e San Maffio il racconto di tre diverse espressioni della Laguna Nord di Venezia. Il progetto “Venusa Cru” nasce per leggere il terroir lagunare non come un insieme uniforme, ma come una geografia fatta di differenze minime e decisive: quota, venti, profondità dell’acqua salata, composizione del suolo e rapporto tra radici e acqua. La protagonista resta la Dorona di Venezia, vitigno autoctono a lungo ritenuto scomparso dopo l’Acqua Granda del 1966. Il recupero è iniziato nel 2001, quando Gianluca Bisol individuò a Torcello un piccolo vigneto davanti alla basilica di Santa Maria Assunta e avviò un lavoro di ricerca storica e agronomica che portò a rintracciare nelle isole della Venezia Nativa le ultime 88 piante sopravvissute. Quella riscoperta ha riaperto anche il capitolo della viticoltura lagunare.

Le prime tracce della vite in quest’area risalgono a oltre 2.500 anni fa e per secoli le isole sono state coltivate per garantire un minimo di autosufficienza in un territorio dove il 92% della superficie è acqua. Il legame tra Venezia e la coltivazione della vite è così antico che fino al 1100 anche Piazza San Marco ospitava una vigna, mentre il termine “campo” richiama proprio la funzione agricola originaria di molti spazi urbani. La svolta produttiva è arrivata nel 2006 con il reimpianto della Vigna Murata della Tenuta Venissa a Mazzorbo, da cui nel 2010 è nato “Venissa”. Il vigneto si trova in un clos circondato da mura medievali, con un campanile trecentesco all’interno della proprietà, un canale che la attraversa e una peschiera. Gli agronomi avevano inizialmente sconsigliato l’impianto della vite per l’alto contenuto di sodio nel terreno e per il rischio di nuove acque alte. Nonostante questo, la Dorona è tornata a vivere proprio lì, in una tenuta che ospitava la vite già dal Trecento e che nell’Ottocento era sede di una Cantina attiva fino al 1966.