Quale sviluppo per Messina? Il rapporto annuale della Banca d'Italia sull'economia siciliana, appena presentato a Palermo, racconta di un'Isola che cresce più del resto del Paese, ma che continua a portare sulle spalle il peso di una crisi iniziata almeno diciassette anni fa. Secondo l'indicatore trimestrale dell'economia regionale (“Iter”), nel 2024 il prodotto siciliano è aumentato dell'1,3 per cento, ossia più della media del Mezzogiorno e dell'Italia, ma meno intensamente rispetto all'anno precedente.È un dato che, letto isolatamente, potrebbe sembrare incoraggiante. Letto invece in prospettiva storica, racconta una storia diversa. Nonostante la robusta ripresa post-pandemica, la Sicilia non ha ancora recuperato i livelli di attività precedenti la crisi del 2008-09, mentre l'Italia nel suo complesso è tornata sopra quella soglia già nel 2022. Nel 2023, ultimo anno con dati di contabilità territoriale disponibili, il valore aggiunto regionale risultava ancora inferiore di oltre quattro punti percentuali rispetto al 2007.A pesare più di tutto, secondo l'analisi della Banca d'Italia, non è stata la produttività — che ha offerto un contributo positivo, seppure inferiore a quello nazionale — ma la demografia; la popolazione si è infatti contratta del 4 per cento e la quota di persone in età lavorativa si è ridotta di un ulteriore 1,7 per cento, soprattutto nel periodo post-pandemico. Si tratta di un nodo strutturale attorno al quale ruota, in fondo, tutta l'economia siciliana di oggi.Sul fronte produttivo, il quadro è in chiaroscuro. L'agricoltura ha sofferto una siccità severa, con la disponibilità d'acqua negli invasi irrigui scesa di quasi il 40 per cento rispetto al 2023: in calo i cereali, le olive e soprattutto l'uva, con una produzione di vino crollata di quasi il 30 per cento. L'industria, al contrario, ha tenuto: la maggioranza delle aziende ha registrato fatturato in crescita e oltre il 70 per cento e ha chiuso l'anno in utile, sostenuta anche dagli incentivi del piano Transizione 4.0. Le costruzioni hanno continuato a espandersi, perché spinte dalle opere pubbliche. Il terziario ha tenuto grazie al turismo, visto che le presenze sono salite del 5,1 per cento, trainate dagli stranieri, con un incremento concentrato soprattutto nelle province di Palermo, Messina e Trapani. Sul fronte estero, però, le esportazioni sono calate dell'8,3 per cento, più che nel resto del Mezzogiorno e dell'Italia, schiacciate dal crollo del settore petrolifero (-15,2 per cento), che pesa per quasi i tre quinti dell'export regionale. E qui si apre un fronte di preoccupazione concreta per i prossimi mesi. L'esposizione diretta della Sicilia al mercato statunitense è infatti del 7,6 per cento dell'export, con un peso rilevante per gli apparecchi elettrici e l'agroalimentare, settori che potrebbero scontare in pieno gli effetti dei dazi di Washington.Costituisce una favorevole sorpresa il dato offerto dal mercato del lavoro. L'occupazione è cresciuta del 4,6 per cento, quasi il triplo della media nazionale, portando il tasso di occupazione al 46,8 per cento, comunque ancora lontano dal 62,2 per cento italiano. Il tasso di disoccupazione è sceso al 13,0 per cento, in calo di quasi tre punti, ma resta il doppio di quello nazionale. Le famiglie siciliane, beneficiando di un'inflazione più contenuta che altrove, hanno visto crescere il proprio reddito reale dell'1,8 per cento e i consumi dell'1,4 per cento, entrambi sopra la media italiana. Sono numeri che narrano di un'isola che, nel breve periodo, sta facendo meglio del previsto. Ma è una rincorsa che parte da posizioni molto arretrate e che il rapporto stesso invita a non confondere con un riequilibrio già avvenuto.Sul fronte della finanza pubblica, la Banca d'Italia segnala che oltre quattro quinti delle risorse del Pnrr assegnate ai soggetti attuatori pubblici risultano già aggiudicate, anche se i lavori avviati o conclusi sono ancora poco meno della metà delle gare espletate; il Pnrr sta producendo cantieri, ma con un ritardo strutturale che separa l'assegnazione delle risorse dalla loro effettiva trasformazione in opere. A maggio 2025, risultano assegnati alla Sicilia 12,3 miliardi di euro, l'8,6 per cento del totale nazionale, ossia una quota pro capite superiore alla media italiana in rapporto alla popolazione.È in questo contesto che si inserisce un dato che merita attenzione per chi guarda a Messina e al suo territorio. La legge di bilancio per il 2024 ha riallocato 1,3 miliardi di euro, originariamente destinati alla Regione siciliana a copertura parziale degli oneri del Ponte sullo Stretto, verso la quota del Fondo di sviluppo e coesione di pertinenza statale. Le risorse restano nominalmente vincolate alla stessa destinazione, ma il loro spostamento dal bilancio regionale a quello statale è un segnale che vale la pena leggere con attenzione, in un dossier che da decenni si muove tra annunci e rinvii.Messina e la sua provincia, nel mosaico disegnato dal rapporto, emergono come un territorio in equilibrio fragile, attraversato da segnali contrastanti che raramente trovano spazio nelle cronache nazionali. È un'area che tiene meglio di quanto si creda su alcuni fronti dell'innovazione, perché le 179 start up innovative, pari al 14,3 per cento del totale regionale, collocano la provincia al secondo posto in Sicilia dopo Catania e davanti a Palermo.Sul fronte bancario, a fine 2024 i depositi delle famiglie e delle imprese messinesi sono cresciuti del 2 per cento su base annua, raggiungendo 10,3 miliardi di euro, e i titoli a custodia presso le banche sono saliti del 15,3 per cento, segno di un risparmio privato che si sposta verso forme di investimento più remunerative; una dinamica comune a tutta l'isola, ma che a Messina si manifesta con un patrimonio finanziario delle famiglie tra i più consistenti della regione. I prestiti, invece, continuano a calare, sia pure lievemente (-0,9 per cento), proseguendo una contrazione che dura da anni e che segnala una domanda di credito ancora debole da parte di imprese e famiglie.Per quanto attiene alle opere pubbliche, il quadro è meno favorevole, in quanto il valore dei lavori messi in gara nella provincia è sceso da 388 a 225 milioni di euro tra il 2023 e il 2024, un calo che si inserisce in una flessione generalizzata a livello regionale, ma che a Messina giunge dopo anni in cui le infrastrutture (dalla rete viaria al dissesto idrogeologico) restano tra i nodi più sentiti del territorio. Anche sul fronte dei servizi ambientali, la provincia paga un prezzo elevato, legato soprattutto al costo di gestione dei rifiuti urbani; a Messina, infatti, è il secondo più alto della Sicilia (55,4 centesimi di euro al kg, contro una media regionale di 47,1), con il dato del comune capoluogo che sale fino a 63,3 centesimi: un costo che pesa sui bilanci comunali e, in ultima analisi, sulle famiglie.Il profilo che emerge dal rapporto è quello di una città-cerniera, geograficamente proiettata tra l'isola e il continente, che non riesce però ancora a trasformare questa posizione in un vantaggio economico pienamente espresso. Messina vive di rendite di posizione (il turismo, lo Stretto, l'Università, una vocazione tecnologica e brevettuale non disprezzabile), ma fatica a tradurle in investimenti pubblici coerenti e in una crescita del credito alle imprese che accompagni quella, più dinamica, del risparmio privato. Il nodo del Ponte, con la sua storia infinita di annunci e con il presagio negativo indicato dal recente travaso di risorse dal bilancio regionale a quello statale, resta il simbolo più evidente di un'infrastruttura attesa, che continua a essere più discussa che realizzata.C'è un paradosso, in questi numeri, che merita di essere messo in luce. Messina accumula risparmio privato a ritmi tra i più alti dell'isola, ma non riesce a trasformare questa ricchezza in investimenti e sviluppo. Insomma, il capitale non manca, ma circola altrove, o resta semplicemente fermo, mentre le decisioni strategiche che coinvolgono la città e il suo territorio (Ponte, gare pubbliche, fondi di coesione) vengono prese altrove.Si tratta di uno scollamento che appare figlio di scelte pubbliche ben precise, in base alle quali le risorse economiche generate dalla comunità locale vengono gestite in luoghi troppo lontani per geografia e interessi. Manca, in altri termini, una politica di riequilibrio territoriale della ricchezza, con il risultato che la stessa capacità della città di accudirsi e crescere è stata profondamente sedata.Si tratta di una sofferenza ovviamente registrabile anche in altri contesti territoriali, anche molto distanti dal nostro. In alcune piccole comunità inglesi e americane, sono in fase di sperimentazione forme di governo territoriale delle scelte economiche legate a fondi patrimoniali con destinazione di scopo, o meccanismi pubblici di micro-credito per assicurare la scintilla del motore imprenditoriale.Applicata a Messina e al suo territorio, questa prospettiva di intervento pubblico in chiave non elettoralistica, ma di sviluppo del privato, consentirebbe alla registrata base di risparmio di poter concepire forme di investimento non puramente finanziario. D’altra parte, le 179 start-up censite sono il sintomo di una vitalità imprenditoriale che appare scarsamente alimentata sia dal mercato del credito, che dall’impiego di risorse private.La vera domanda, per i prossimi anni, non è se Messina e il suo territorio possano crescere, ma se sapranno farlo prima che la propria demografia, come quella dell'intera isola, renda quel compito sempre più difficile.* Docente di Diritto commerciale all’Università di Messina
Messina, i capitali ci sono ma vanno altrove o sono fermi: l'analisi dopo i dati della Banca d'Italia
Luci e ombre della complessiva situazione economica dell’Isola si riflettono in particolare sul capoluogo dello Stretto














