Roma, 27 giugno 2026 – Devono ancora essere formalizzate, eppure sono già un caso politico le dimissioni di Stefano Donnarumma dall’incarico di amministratore delegato di Ferrovie dello stato: è ormai chiaro, infatti, che l’(imminente) avvicendamento al vertice sia tutt’altro che “concordato e condiviso”, come si legge nella ricostruzione fornita dal ministero dei Trasporti.
Dietro il fine corsa anticipato – il mandato di Donnarumma sarebbe scaduto nel 2027 – ci sarebbero, infatti, non solo l’insoddisfazione del ministro Matteo Salvini per i disagi registrati sulla rete negli ultimi mesi, ma anche le divergenze sulla gestione con il ministero dell’Economia e delle finanze, azionista di controllo del gruppo. Le tensioni con il ministero presidiato da Giancarlo Giorgetti verterebbero, in particolare, sull’acquisizione, da parte del gruppo Fs, del ramo di azienda ferroviaria ceduto dalla storica impresa di costruzioni parmense Pizzarotti (il cosiddetto “caso Pizzarotti”, esploso lo scorso autunno) e sull’intenzione di Donnarumma di aprire a capitali stranieri per gli investimenti necessari al gruppo. Dietro la versione ufficiale, dunque, va profilandosi una lettura diversa, articolata in numerosi capitoli e simile, per molti versi, a quella che riguarda il mancato rinnovo di Roberto Cingolani al vertice del colosso Leonardo: “l’autonomia” dei grandi manager, ritenuta “eccessiva” da alcuni ambienti della maggioranza di governo.










